DALLA NOSTRA INVIATA GERUSALEMME «Mi sono fermato, come mi era stato chiesto. Ma subito dopo hanno aperto il fuoco direttamente contro la nostra macchina». È da questa frase di Fahed Abu Haikal che parte il racconto dell'attacco avvenuto nell'area di Wadi al-Hariya, vicino a Tel Rumeida, a Hebron, dove - nel racconto del padre - a sparare sono stati soldati dell'Idf contro l'auto su cui viaggiava la sua famiglia. Nell'attacco è stato ucciso il figlio di sette mesi Sam Abu Haikal ed è rimasta gravemente ferita la moglie Dania Salameh. Secondo Abu Haikal, rilanciato anche dalla stampa israeliana, la famiglia viaggiava a bordo di un'auto civile e non rappresentava alcuna minaccia. La morte del piccolo Sam, colpito mentre si trovava in macchina con i suoi familiari, ha suscitato discussione e indignazione ben oltre i Territori palestinesi, mentre un video diffuso dal Guardian, ripreso da B'Tselem, è stato indicato come un elemento che rafforza questa versione dei fatti.Può raccontare che cosa è accaduto quel giorno, chi era con lei in auto e che cosa è successo nei primi istanti della sparatoria? «Stavamo andando da Betlemme a Hebron per visitare la casa della mia famiglia, nella zona di Tel Rumeida. Quando siamo arrivati nell'area di Wadi al-Hariya, vicino a Tel Rumeida, ho fermato l'auto per la presenza dei soldati dell'Idf. Mi sono fermato, come mi era stato chiesto. Ma subito dopo i soldati dell'Idf hanno aperto il fuoco direttamente contro la nostra macchina. In macchina c'erano cinque membri della mia famiglia: mia madre, mia moglie, il mio bambino di sette mesi e mio figlio di undici anni. Era chiarissimo che si trattava di una famiglia, di un'auto civile, che non rappresentava alcuna minaccia. Un proiettile ha attraversato il parabrezza e ha colpito prima me, poi il bambino al volto. È stato ferito in modo gravissimo, e più tardi è stato dichiarato morto. Lo stesso proiettile ha poi colpito anche mia moglie, provocandole una ferita molto seria. Adesso è ancora in ospedale e sta ricevendo cure».Lei sostiene quindi che non ci sia stato alcun avvertimento prima degli spari e che il soldato dell'Idf fosse abbastanza vicino da vedere chiaramente chi c'era dentro l'auto? «Sì. Sono stati esplosi più colpi direttamente contro il veicolo, senza alcun preavviso. Non c'è stato nessun avvertimento. Era a non più di dieci metri di distanza. Era abbastanza vicino da vedere perfettamente chi c'era dentro l'auto e capire che si trattava di una famiglia».Alcune ricostruzioni parlano di una minaccia percepita dai soldati dell'Idf. Come risponde, e che cosa dimostra secondo lei il video pubblicato dal Guardian, ripreso da B'Tselem, in cui si vede l'auto ferma e poi si sentono gli spari? «La respingo completamente. Mi ero fermato. Eravamo una famiglia su un'auto civile. Non rappresentavamo alcuna minaccia. Quello che è successo non può essere giustificato in questo modo. Per me quelle immagini confermano ciò che ho detto fin dal primo momento: mi ero fermato, in auto c'era una famiglia, e non rappresentavamo nessuna minaccia. Quel video mostra che la mia ricostruzione dei fatti è vera».Qual è il pensiero che non riesce a togliersi dalla testa da quel momento, e come sta vivendo queste ore tra il dolore per suo figlio e le ferite riportate da lei e da sua moglie? «Che mio figlio è stato ucciso mentre era in auto con noi, mentre stavamo semplicemente andando a casa di famiglia. È una cosa impossibile da accettare. Nessun padre, nessuna madre dovrebbero vivere una tragedia simile. Stiamo vivendo un dolore immenso. Io sono ferito, mia moglie è gravemente ferita, ma la perdita di nostro figlio è qualcosa che va oltre ogni parola. La nostra vita è stata spezzata in un attimo».Come sta sua moglie? Voi vi occupate entrambi di tecnologia - lei di animazione, sua moglie di AI - vi sentite di rappresentare una nuova generazione di palestinesi? «Mia moglie è ancora in cura e la nostra preoccupazione per lei è continua. Quanto alla seconda domanda, sì: ci sentiamo parte di una nuova generazione di palestinesi. Una generazione che vuole vivere, costruire, lavorare, crescere i propri figli, e che chiede semplicemente di poterlo fare con dignità e sicurezza».