Riformismo secondo atto

Sergio Scalpelli

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Il 15 giugno, al Teatro Parenti di Milano, gli Europeisti chiamano a raccolta chi crede ancora che l’Europa sia una patria e non un vincolo. Lo scrivo da promotore dell’iniziativa, e proprio per questo senza l’agio della terzietà: il disagio che vogliamo nominare riguarda tutti e a tutti chiede risposte. Tocca le componenti moderate del centrodestra, i riformisti del Partito democratico, lambisce l’area liberale che rifiuta il bipopulismo di destra e di sinistra. È l’inquietudine di chi sa di non avere più una casa.

Il Partito democratico, ormai subordinato all’agenda politica di Conte e di Avs, ha smesso di rappresentare la sua componente riformatrice se non come zavorra da gestire. Sull’altro versante, la galassia moderata che pure abita la maggioranza si scopre afona ogni volta che il sovranismo detta i tempi: europeista nei convegni, silenziosa nelle votazioni che contano. Il fronte liberale, frantumato in sigle che si elidono a vicenda, paga un’irrilevanza che nessun accordo dell’ultimo minuto ha mai sanato. I partiti maggiori non assorbono più quella domanda. Non possono, perché le loro geometrie interne lo impediscono. E forse — è il sospetto più amaro — non vogliono: un riformismo organizzato è scomodo per chi ha costruito la sopravvivenza sulla sua dispersione.