Dopo sei anni di battaglie sindacali e legali, è la vittoria dei ventitré ex dipendenti della Orefice Group di Marcianise. Il 4 giugno scorso la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha fissato un principio di grande portata: se un datore di lavoro sposta la sede produttiva a centinaia di chilometri e il dipendente, di fronte a uno stravolgimento così radicale della propria vita, non può che rifiutare, quella rottura del rapporto di lavoro non è una scelta volontaria, è un licenziamento a tutti gli effetti. E come tale va conteggiato ai fini delle procedure di tutela collettiva previste dal diritto europeo, con tutte le garanzie che ne conseguono.

La vicenda ha radici lontane. La Orefice Group, realtà produttiva di Marcianise nel settore dei generatori elettrici, era passata sotto il controllo del gruppo americano Jabil, che nel tempo aveva progressivamente ridotto la forza lavoro: da un organico che sfiorava le settecento unità si era arrivati a poco più di quattrocento. Il riassetto occupazionale che ne seguì portò la maggior parte dei dipendenti — circa 250 — verso la Softlab, mentre un gruppo più ristretto, ventitré persone, venne inquadrato nella stessa Orefice Group, con Jabil che contribuì all'operazione versando quasi due milioni di euro. Nell'autunno del 2020 arrivò però l'atto finale: lo stabilimento di Pascarola, a Caivano, veniva chiuso e la produzione spostata a Sestu, in Sardegna. Per chi non voleva — o non poteva — trasferirsi a novecento chilometri da casa, non c'era alternativa.