Per alcuni animali è la norma: i delfini, per esempio, dormono con un solo emisfero cerebrale alla volta, mantenendo l’altro sveglio e vigile. Ma “dormire a metà”, o in generale sviluppare il sonno solo in una parte del cervello, non sembrava possibile. Fino a quando un gruppo di ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison, tra cui l’italiana Chiara Cirelli, non ha compiuto qualcosa di inedito: indurre artificialmente gli effetti rigeneranti del sonno in piccole porzioni del cervello di topi svegli, lasciando il resto del cervello pienamente attivo. Lo studio è stato pubblicato su Nature Neuroscience.
Cosa è il sonno locale
Il punto di partenza è un’osservazione fatta dallo stesso gruppo di ricerca negli anni passati: nei cervelli privati del sonno compaiono spontaneamente, in piccole aree localizzate, brevi episodi di attività simile al sonno Non-REM (lo stadio in tre fasi che è essenziale per il recupero fisico, la riparazione dei tessuti e il consolidamento della memoria a breve termine). Questo fenomeno di “sonno locale” è stato osservato sia nei ratti sia negli esseri umani. Il problema è che questi episodi spontanei sono troppo brevi e irregolari per essere davvero utili al cervello, che durante il sonno si “ripulisce” dagli elementi considerati superflui, per così dire, e in alcuni casi possono addirittura disturbare le prestazioni cognitive, se capitano nel posto sbagliato al momento sbagliato. La domanda dei ricercatori era allora: cosa succederebbe se si inducesse un sonno locale sistematico, prolungato e mirato?







