La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
Perché non è un bancomat
La proposta avanzata da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme, di consentire agli Stati membri di utilizzare i fondi di coesione per finanziare nuove misure di sostegno e far fronte al caro-energia ha suscitato un acceso dibattito. Tra le voci più critiche vi è quella della presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, secondo cui i fondi di coesione non dovrebbero trasformarsi in un “bancomat” da cui attingere ogni volta che emerge una nuova priorità europea. Il timore è che una politica nata per ridurre i divari territoriali venga progressivamente piegata a obiettivi congiunturali, sottraendo risorse allo sviluppo locale e regionale.
Le critiche vanno tuttavia contestualizzate. La proposta non impone alcuna riallocazione delle risorse: spetta ai governi nazionali e alle autorità di gestione (regioni e ministeri) decidere se riprogrammare o meno i fondi disponibili. Inoltre, anche in caso di adesione, gli effetti non sarebbero immediati. La modifica dei programmi richiede negoziati con la Commissione, procedure amministrative e tempi di attuazione che difficilmente consentirebbero di incidere nel breve periodo sull’attuale livello dei prezzi energetici. Più che una misura emergenziale, si tratta quindi di un’opzione strategica di medio-lungo periodo.






