È successo di nuovo. L’ultima volta aveva suonato direttamente alla porta del piano, vestito di nero, educato. Gli avevo aperto e, non avendo informazioni utili da dargli, lo avevo congedato dopo pochi minuti. Pochi secondi dopo la chat del condominio aveva cominciato a scoppiettare di notifiche: la vicina del piano avvertiva tutti che uno sconosciuto aveva suonato alla sua porta. Lei, non aspettando nessuno, non aveva aperto e anzi aveva minacciato di chiamare i carabinieri.«Ha detto di essere un agente immobiliare, ma chissà», scriveva. Per placare il clima paranoico ho risposto che sì, si trattava davvero di un agente immobiliare e che lo sapevo con certezza perché - IO - gli avevo aperto. Tra le righe volevo far notare che, diversamente da lei, sono una persona che si sforza ancora di fidarsi dell’umanità e che in questo mi attribuivo una certa superiorità morale, quella di chi resta aperto all’incontro con l’Altro.Oggi ne è tornato un altro, non lo stesso ma simile: giovane, ben pettinato, in completo gessato, scarpe eleganti, e fuori 32 gradi. Invece di essere lì, avrebbe potuto essere a fare uno stage in un’istituzione europea, volontariato civico all’estero, un apprendistato in una bottega o semplicemente a studiare in una sala universitaria. Invece era lì, fermo nell’atrio del condominio, in attesa di un inquilino da intercettare su eventuali progetti di trasloco.«Perché lo fate?», gli ho chiesto. «Se qualcuno ha una casa da vendere o da affittare viene da voi. Suonare ai citofoni, salire ai piani, cercare informazioni è invasivo, le persone reagiscono male, mi spiace per voi». Volevo aggiungere: scappa! Perchè devi prendere su di te tutta la bruttura di questi tempi e vestire i panni dell'essere umano meno amato al mondo, l'agente immobiliare? Lui non si è scomposto. «Non sono salito al piano», mi ha risposto. «Non ha notato movimenti di scatoloni? Mi hanno detto che qualcuno, nell’altra scala, forse sta pensando di andarsene. Noi dobbiamo arrivare prima degli altri».Carlo Ginzburg ha scritto che «se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». E quell’agente immobiliare fermo nell’atrio, a caccia di segnali minimi, mi è sembrato proprio un indizio. In un paese in cui il patrimonio conta più del lavoro, le case sembrano avere più prospettive dei ragazzi che le cercano. Le politiche abitative vengono decise da generazioni che una casa l’hanno già comprata, mentre quelle sul lavoro da persone che hanno costruito la propria carriera in un mondo che non esiste più. Scrivo da Milano, dove il costo delle case ha raggiunto livelli tali che abitare non è più un mezzo ma, per molti, un fine. La casa, che dovrebbe essere un diritto, sta diventando un lusso.Prima di andarmene ho avuto voglia di chiedergli scusa, scusa per non aver fatto abbastanza per lui e per la sua generazione. Non l’ho fatto. Lui però mi ha chiesto se pensavo di trasferirmi, e questo mi ha fatto ripiombare nella sensazione che si prova quando si affronta una compravendita immobiliare: la sensazione che in qualche modo tu sia sempre dalla parte più debole della trattativa e che piuttosto che mettermi ancora a trattare con un agente immobiliare preferirei andare a vivere su un’amaca. "Ho ancora 15 anni di mutuo, non sto cercando ma nel caso sarai il primo a saperlo, te lo prometto". Mi ha creduto, purtroppo.
Non aprite la porta, è un'agente (immobiliare)
In un paese in cui il patrimonio conta più del lavoro, le case sembrano avere più prospettive dei ragazzi che le cercano. E noi ne abbiamo paura









