Ai mondiali di calcio maschile del 2026 la Palestina non ci sarà. La nazionale palestinese non si è mai qualificata alla Coppa del mondo, perché riuscire a mettere insieme una squadra alll’altezza è stato praticamente impossibile a causa dell’occupazione, dell’assedio e poi del genocidio. Eppure, anche quest’anno a Gaza la gente guarderà il torneo nei rifugi di fortuna e in quel che resta delle case sventrate dalle bombe. Il gioco avrà ancora una volta il significato che ha sempre avuto, anche a una distanza così abissale dagli spazi in cui originariamente ha acquistato il suo senso: i campetti, i parchi giochi e le stanze (oggi per lo più distrutte) in cui la voce della radio andava e veniva a intermittenza.
Molte foto di famiglia di un tipo piuttosto diffuso nelle case palestinesi saranno ormai sepolte tra le macerie. Sono le foto di un padre, uno zio o un fratello maggiore con una maglia da calcio, le braccia spalancate, il sorriso ancora più largo, in posa su un campo di terra battuta o di cemento, pieno di crepe, con una rete (se c’è) probabilmente strappata. Ma niente di tutto questo traspare dall’espressione del volto. Nell’immagine il gioco diventa per un istante il mondo intero.







