Il calcio era tra le cose più sentite, a Gaza. L’accesso alle cure mediche, all’istruzione, al cibo non contaminato, all’acqua potabile: tutto passava in secondo piano quando c’era una partita. Almeno per i ragazzi. A Gaza, non c’erano tante cose sicure e proprio per questo una manciata di certezze aiutava a campare meglio, certezze che si fanno sempre più acuminate quando il resto del mondo ti dice chi devi essere, cosa ti spetta, cosa devi pensare. Era il mondo del 2010 e Gaza ruotava insieme a esso, impalato nel suo asse inclinato su gradi e gradimenti della geopolitica occidentale.
IL MONDO ORGANIZZAVA i Mondiali di calcio e Gaza pure. La Gaza World Cup fu senza dubbio l’evento sportivo dell’anno (e peccato per tutto il resto del mondo che guardava al Sudafrica) organizzata in solidarietà al milione e mezzo di palestinesi, impossibilitati a entrare e uscire liberamente, andare a Gerusalemme, in Cisgiordania, figuriamoci a Johannesburg, a causa del blocco imposto da Israele nel 2007.
L’idea degli organizzatori era sensibilizzare il mondo con un torneo che sarebbe culminato nella finale da giocarsi per l’anniversario della Nakba, l’esodo forzato dei palestinesi nel 1948. Fu raccontato dai media e le tv internazionali, anche in virtù dello sponsor, l’agenzia Onu per lo Sviluppo, che lanciò l’evento con un video promozionale.








