Milano, 10 giugno 2026 – Ogni cosa è illuminata. Forse un po’ troppo. Film, case, città. E anche sale cinematografiche. “Viviamo in ambienti sovrailluminati, che appiattiscono tutto. L’utilizzo della luce andrebbe ripensato”. Riparte da qui - e dall’Arlecchino - Luca Bigazzi, direttore della fotografia di capolavori (Pane e Tulipani, La grande bellezza, Il Divo, Romanzo Criminale, Ariaferma giusto per citarne qualcuno, tra sette David di Donatello e otto Nastri d’Argento).

Il presidente di Cineteca Milano Silvio Soldini e il direttore Matteo Pavesi hanno chiesto il suo sguardo per rimettere mano all’impianto che verrà “acceso“ lunedì con la rassegna “About cotemporary art”.

Ha subito accettato la sfida?

“Sì, sono affezionato all’Arlecchino: è l’ultima sala rimasta attorno a Corso Vittorio Emanuele, un tempo ce n’erano almeno cinque. Un segnale allarmante per il cinema: o lo si vede nelle sale o non si capisce. Il problema non è l’ampiezza dello schermo ma il poterlo vedere con persone che non conosci, entrando in contatto empaticamente. È una questione sociale”.

Che va illuminata bene. Che situazione ha trovato qui?