L’affaire De Gregori mi ha fatto venire in mente Vittorio Alfieri. Cioè, prima di tutto davanti alle sue parole ho esultato: finalmente, una boccata d’aria! E poi ho pensato a Alfieri, perché ci sarebbe anche un altro punto di vista da cui guardare la vicenda: un punto di vista strettamente letterario (appropriato, secondo me, essendo Francesco De Gregori un poeta) e quindi, se volete sì, parziale e limitato.
Ho pensato, di Alfieri, a quella sua straordinaria e attualissima opera che è Del Principe e delle Lettere, in cui egli dice una cosa molto forte: che lo scrittore deve essere libero, e quindi rifiutare la protezione dei potenti, dei mecenati, che lo ingaggiano e lo sostengono affinché lui li celebri e ne esalti l’operato e le idee. Il mecenatismo, per Alfieri, era una forma di asservimento degli artisti ai diktat del potere. Quindi, evviva gli scrittori liberi, i non-protetti, come Omero, Eschilo, Sofocle, Dante, Petrarca…; e abbasso gli asserviti-protetti, come Virgilio, Ariosto… Discutibile, lo so (io Virgilio e Ariosto li salverei a ogni costo, soprattutto il mio amato Ariosto: perché poi l’opera vive di una sua vita propria, e se ne sbatte dei committenti). Ma è comunque un’interpretazione interessante, quella alfieriana, della funzione che deve avere la letteratura, e l’arte in generale.















