“Dopo quasi 30 anni il ritorno a San Siro, è la mia seconda città quindi l’emozione è forte, sono arrivato con un peso al centro dello stomaco e questo vuol dire che l’emozione è tanta”. Eros Ramazzotti è di una sincerità disarmante, a volte eccessiva ma non per questo meno potente e sincera. Ieri sera il concerto a San Siro a un certo punto ha smesso di essere un concerto ed diventato un rito collettivo. Durante l’ottavo brano, “Una Storia Importante”, i cinquantunomila spettatori presenti hanno creato una coreografia (ogni persona del pubblico aveva sulla sedia un foglio di plastica arancione o nero) che ha composto la mega scritta: “Eros la nostra storia importante 1986 - 2026”. Un gesto che ha testimoniato l’inconfutabile: non abbiamo assistito solo a un omaggio, ma a un’ovazione nei confronti di un artista che da almeno quattro generazioni accompagna la vita degli italiani. Per questo Ramazza, come lo chiamano i fan e gli amici, ogni sei o sette pezzi ha richiamato il pubblico a riflettere: «Il messaggio che voglio trasmettere - dice - è sempre lo stesso, di pace, perché soprattutto oggi ce n'è tantissimo bisogno. Ho sempre cantato canzoni leggere ma, per me, è sempre stato importante parlare di problemi come la guerra o l’infanzia maltrattata. C’è bisogno di giustizia e penso che nel mondo molta gente voglia questo».