L’abbazia di Montserrat, fondata nel 1025 a una cinquantina di chilometri da Barcellona, è una delle più vive e feconde sorgenti di vita cristiana e di culto mariano della Penisola iberica. Una storia millenaria sulla quale né guerre, né occupazioni, né persecuzioni hanno avuto l’ultima parola. A Montserrat si recherà Leone XIV, in una delle giornate più intense del suo viaggio apostolico in Spagna. E di Montserrat è “figlio” Manuel Nin Güell. Monaco benedettino, nato a El Vendrell il 20 agosto 1956, a Montserrat è stato accolto come novizio, ha emesso i primi voti nel 1977 e la professione solenne nel 1980. E a Montserrat è tornato come docente, dopo gli anni di studio a Roma, e prima di lasciare nuovamente la Catalogna per altri incarichi. Nel 2016 è stato nominato esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino in Grecia, e nello stesso anno ordinato vescovo. Dal 31 gennaio 2026 è esarca apostolico di Santa Maria di Grottaferrata.Domani, mercoledì 10 giugno, Leone XIV visiterà l’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat: prima la preghiera del Rosario, poi il pranzo con la comunità benedettina. Con la sua storia e col suo patrimonio di spiritualità, di liturgia, di cultura, di umanità illuminata dal Vangelo, cosa rappresenta Montserrat per la Spagna e l’Europa d’oggi? E la vita monastica come può aiutare quella “custodia della persona umana” alla quale ci chiama la Magnifica humanitas di papa Prevost?«La presenza del Papa a Montserrat sarà segnata da due aspetti molto importanti per una comunità monastica: accogliere l’ospite nella preghiera e nella mensa fraterna. Quindi l’accoglienza umana e cristiana che i monaci danno ai pellegrini, con quella grande umanità chiesta da san Benedetto nella sua Regola. Per la Spagna e l’Europa del nostro tempo, Montserrat rappresenta quel luogo di umanità e di Vangelo che i monasteri e le Chiese cristiane debbono essere nel mondo d’oggi. La vita monastica è il luogo dove non solo il cristiano, ma ogni uomo viene accolto per quello che è e per quello che vive. Oggi i monasteri sono spazi dove viene messa al centro della vita spirituale e comunitaria quella magnifica humanitas che il Figlio di Dio ha assunto e ha redento».La visita a Montserrat si compie in una giornata che vede il Papa recarsi, prima, al centro penitenziario “Brians 1”, poi incontrare le realtà di carità della diocesi di Barcellona, infine presiedere la Messa nella Sagrada Família, dove verrà inaugurata la Torre di Gesù Cristo…«Questo 10 giugno sarà una giornata simbolo dello scopo di ogni viaggio apostolico: sarà una giornata veramente evangelica, inquadrata in un grande arco che va dalla carità e dalla parola evangelica verso coloro che soffrono, che sono nelle carceri, attraverso la preghiera in un luogo “in alto” – luogo di silenzio e accoglienza, com’è il monastero – fino alla lode al Signore Gesù Cristo, manifestata attraverso la bellezza della liturgia e del luogo dove essa viene celebrata. La liturgia nel carcere, la liturgia nel silenzio accanto alla Madre di Dio, fino alla liturgia in quel luogo che è bello e che sale nel cielo di Barcellona e ci porta in alto all’incontro con Cristo, Colui che è Bello».A Montserrat, dopo una notte in “veglia d’armi”, Ignazio di Loyola depose spada e pugnale all’altare della Madonna, donò gli abiti a un povero, si vestì da pellegrino. I cristiani come possono aiutare il mondo d’oggi a deporre le sue armi e scegliere la via di una pace “disarmata e disarmante”? Eccellenza, lei ha svolto il suo servizio in Spagna, Italia e Grecia: come possiamo trasformare le terre mediterranee in terre di pace e fraternità?«Montserrat è luogo di pellegrinaggio e luogo di tante conversioni, anonime, nel silenzio, sempre nella verità. L’esempio di Ignazio è molto importante per tutti noi cristiani che siamo pellegrini alla ricerca del senso della vita, alla ricerca del Signore. Lui a Montserrat depose le armi materiali. Oggi noi cristiani e tutta l’umanità siamo chiamati a deporre le armi belliche, certamente, ma anche quelle armi, tanto taglienti quanto le spade, che sono le parole che fanno del male, che creano divisione e odio tra le persone e tra i popoli. Ed è dai monasteri che oggi dovrebbe uscire una parola di pace, affinché l’umanità possa imparare a disarmare non solo le parole, ma anche l’atteggiamento per vivere una cultura dell’incontro che custodisca ogni persona umana. Ho vissuto come un grande dono i miei anni a Montserrat, un decennio; poi un trentennio a Roma tra studi, docenza e guida umana e spirituale nel Pontificio Collegio Greco; quindi, un altro decennio in Grecia come vescovo di una Chiesa orientale cattolica; infine ho iniziato da poco questo periodo nuovo a Grottaferrata, monastero e Chiesa orientale cattolica alle porte di Roma. In questi lunghi anni ho cercato di insegnare sempre l’uso di parole e gesti che creano pace e profonda comunione tra gli uomini e tra i popoli. Penso anche al legame, invisibile ma fortissimo, che unisce la solida e ferma roccia benedettina di Montserrat all’Abbazia di San Nilo di Grottaferrata. Due monasteri millenari, uno di tradizione latina e l’altro di tradizione bizantina, che rappresentano i “due polmoni” delle Chiese cristiane e si offrono come luoghi di pace e di ospitalità veramente umana e cristiana».Se le chiedessero un motivo, anche uno solo, per cui vale la pena di recarsi in visita a Montserrat, lei cosa suggerirebbe? E guardando alla sua personale esperienza: qual è la traccia più viva e profonda che Montserrat ha lasciato in lei?«Montserrat vale la pena di essere visitato, oppure – meglio – di lasciarsi visitare da Montserrat: salendo tra quelle rocce, lasciarsi toccare dallo sguardo sereno, amorevole, di Colei, la Madre di Dio, che in quel luogo “in alto” ci dona suo Figlio, ci porta a Cristo. Per me Montserrat è stato, ed è tuttora, il luogo dove ho imparato a vivere e a respirare come cristiano, monaco, sacerdote e vescovo. Il luogo dove ho anche imparato a conoscere, a rispettare e soprattutto a amare l’Oriente cristiano».