Aspettando che la vecchia Francia ritrovi una sua ragion d’essere ed esprima un candidato accettabile per l’Eliseo 2027, Jeant-Luc Mélenchon ha presentato la sua “nuova” Francia, colorata, meticcia, conflittuale, più che mei agguerrita. Che lo faccia un consumato politico di 75 anni (già trotzkista, poi socialista, infine ribelle “Insoumis”) fa parte della commedia politica nazionale che almeno da quattro anni ha perso il filo e si ritrova a combattere contro il fantasma che incombe: la vittoria dell’estrema destra alle prossime elezioni presidenziali, tra un anno, alla fine del tormentatissimo decennio di Emmanuel Macron.
Il presidente più giovane lascia dietro di se un campo di rovine. Doveva sconfiggere le estreme ed affermare una nuova politica “né di destra né di sinistra”, o meglio secondo il suo consumato slogan, di destra e di sinistra “en même temps”. E invece la Francia si ritrova schiacciata tra la sicura affermazione del Rassemblement lepenista al primo turno e l’ingombrante opzione del leader Insoumis come sfidante per il ballottaggio finale. Estrema destra ed estrema sinistra più forti che mai.
Eppure è questa, al momento, l’autobiografia di una nazione che sembra danzare sopra un vulcano sociale, pronto ad esplodere alla prima occasione, come si è visto nel weekend del Paris Saint-Germain. È bastata una partita di calcio a innescare la mini rivolta dei “sauvageons” delle banlieue (come li chiamava un ex ministro socialista, non dei minori) all’attacco degli Champs Elysées, simbolo perenne di ricchezza e consumismo. Chi si è stupito di tanta improvvisa violenza, non aveva ben capito lo stato d’animo del Paese.














