Provate a leggere tre lettere di licenziamento di tre aziende tech diverse, una dopo l’altra, e cancellate i loghi: scoprirete che potrebbero averle scritte la stessa persona, magari nello stesso pomeriggio, copiando e incollando lo stesso identico schema. È il dettaglio più surreale di questa primavera del 2026, e racconta moltissimo su cosa sta succedendo davvero al lavoro. La scaletta è sempre questa: «Oggi è un giorno difficile, ma l’azienda non è mai stata così forte, e comunque l’intelligenza artificiale cambia tutto». Tradotto: stiamo benissimo, quindi vi mandiamo a casa. È un cortocircuito logico che fino a due anni fa avrebbe fatto ridere e che oggi è diventato un genere letterario aziendale a sé, con tanto di formule ricorrenti e quel tono da discorso motivazionale che stride con il fatto che mentre lo leggi stai perdendo lo stipendio.Partiamo dai numeri, perché sono il vero pugno nello stomaco. Secondo una ricerca di Goldman Sachs, negli Stati Uniti l’Ia sta già cancellando circa 16mila posti di lavoro netti al mese: la sostituzione ne brucia circa 25mila, l’augmentation ne recupera circa 9mila, e il saldo resta pesantemente in rosso. Ma il dato che dovrebbe farci alzare un sopracciglio è un altro: a pagare per prima non è la fabbrica, è la scrivania. Sono i lavori d’ingresso dei colletti bianchi, le mansioni con cui un ventitreenne metteva piede in azienda e imparava il mestiere. Nelle professioni più esposte all’Ia, il divario di disoccupazione tra gli under 30 e i colleghi più esperti si è allargato in modo netto, e per la Gen Z significa una porta che si chiude proprio mentre stavano per entrare. Il paradosso è crudele: l’Ia è bravissima esattamente nelle cose che prima si facevano fare ai giovani per “farsi le ossa”, e senza quei primi anni di gavetta non si capisce bene come dovrebbero formarsi i manager di domani.Poi è arrivata Meta, a dare al fenomeno la sua scena madre. Il 20 maggio Mark Zuckerberg ha annunciato il licenziamento di circa 8mila persone, il 10% della forza lavoro, in una ristrutturazione esplicitamente orientata all’Ia. La regia è stata persino teatrale: le notifiche sono partite alle quattro del mattino in Asia, poi a cascata Europa e Americhe, fuso orario dopo fuso orario, come un’onda. Nel memo Zuckerberg ha spiegato che «il successo non è scontato», che serve «velocità di esecuzione senza compromessi» e che l’intelligenza artificiale è «la tecnologia più importante della nostra epoca». Nel frattempo l’azienda taglia 6mila posizioni aperte ma ne sposta altre 7mila su team dedicati all’Ia: un organigramma riscritto da capo, con la promessa che per il resto del 2026 non ci saranno altri tagli generalizzati. E qui torniamo allo schema fotocopia, perché Meta non è un caso isolato, è la regola. Cloudflare ha mandato a casa 1.100 persone, circa il 20% dei dipendenti, scrivendo nero su bianco che «non è un’operazione di taglio dei costi» ma una questione di «definire come opera un’azienda di livello mondiale nell’era dell’Ia agentica». Questo subito dopo aver registrato ricavi record. Avete letto bene: numeri da sogno e licenziamenti nello stesso respiro. Il ceo Matthew Prince ha pure teorizzato che esistono tre tipi di lavoratori, «builder, seller e measurer», e che gli ultimi sono i primi a saltare. Non tutti però abboccano. Sam Altman, che di Ia se ne intende parecchio, ha messo in guardia contro l’AI washing: l’abitudine di addossare all’intelligenza artificiale licenziamenti decisi in realtà per problemi di budget, perché incolpare un algoritmo suona meglio che ammettere di aver speso troppo o assunto male. Il ceo di Box, Aaron Levie, è stato ancora più tranchant, parlando apertamente di psicosi tra i dirigenti della Silicon Valley, tutti convinti di dover tagliare adesso per non sembrare in ritardo. Ed è proprio questo il punto che dovrebbe interessarci come pubblico: quanta di questa ondata è trasformazione reale e quanta è narrazione costruita a tavolino? Perché un conto è un’azienda che automatizza davvero e libera persone da compiti ripetitivi, un altro è una dirigenza che usa l’Ia come parola magica per giustificare scelte che avrebbe fatto comunque, scaricando l’ansia sui dipendenti più giovani e meno tutelati.La verità, probabilmente, sta nel mezzo, ma una cosa è certa: quando migliaia di lettere di licenziamento iniziano a sembrare scritte tutte dallo stesso ghostwriter, il problema non è più solo tecnologico, è culturale. E forse il modo più onesto di raccontare il 2026 del lavoro non è chiedersi se l’Ia ci ruberà il posto, ma chi sta decidendo come raccontarci che ce lo sta rubando, e perché tutti usano esattamente le stesse parole per dirlo.