di
Mara Gergolet
Banche, acciaio, trasporti, tv, elettrodomestici. Le grandi aziende del Paese alla conquista del capitalismo tedesco. Un’inversione dei ruoli impensabile in passato
Forse è la simultaneità: quando i casi succedono a distanza ravvicinata è naturale tirare delle linee che li uniscano. Fatto sta che in Germania è impossibile non notare lo sbarco italiano, una sorta di campagna precisa e mirata delle aziende italiane migliori che conquistano e si impongono sul capitalismo tedesco.Ora che la scalata di Unicredit su Commerzbank sembra compiuta, non ufficiale né vittoriosa, però vicina al traguardo, è facile dire che dieci anni fa sarebbe stata inconcepibile: una banca italiana, proveniente da un Paese ritenuto l’anello debole dell’eurozona che prende il controllo di un’istituzione tedesca nata nel 1870. Tant’è che perfino Le Monde scrive che è «difficile non vedere in ciò una sorta di rivincita dopo l’episodio traumatico della crisi dell’euro».
Competitività e bancheLe banche, i trasporti, le infrastrutture, i media: ce n’è per tutti i gusti. Ma è come se la Germania, nel momento preciso in cui sperimenta la crisi del proprio modello e una crescita piatta — l’economista Clemens Fuest l’ha paragonata all’Italia degli anni Novanta — diventasse anche vulnerabile agli assalti stranieri. E proprio nei settori in perdita di competitività, che spesso sono i più sensibili del Paese. Inevitabilmente, la politica reagisce: e diventa anche una questione tra Stati. La mossa di Andrea Orcel di Unicredit 18 mesi fa, quando ha comprato l’intero pacchetto di azioni (4,5%) messo sul mercato dal governo tedesco, l’apertura dei giochi che nessuno aveva visto arrivare — al di là dei tecnicismi — ricorda a noi italiani quello che è successo nel consolidamento bancario degli anni Novanta, quando nacque Unicredit nella forma attuale. Quella «foresta pietrificata» era molto simile all’attuale sistema bancario tedesco: frammentato, poco redditizio, influenzato dalla politica locale o regionale (la Germania ha ancora il 50% delle banche Ue di fronte al 25% del Pil). Insomma, l’Italia ha affrontato la questione ben prima della Germania. Ed è stata proprio la quiete di chi stava riparato nell’occhio del ciclone, mentre fuori imperversavano le raffiche, a spiegare in parte il ritardo tedesco. Unicredit e Orcel sostengono che solo le banche transnazionali possano finanziare le primarie esigenze Ue: infrastrutture, riarmo, transizione energetica. Almeno in parte, il cancelliere Merz sembra infine riconoscerlo: ha fatto intendere la scorsa settimana che non vuole usare la golden share per bloccarlo.








