Michele Emiliano è un amabile intrattenitore. Ora che non è più impegnato almeno 14 ore al giorno come ogni Sindaco o Presidente di Regione (mai Governatore, please) che si rispetti, può dare anche più spazio alla sua vena scanzonata e quindi, oltre che scrivere libri in cui mescola storia e fiction, racconta in interviste, ad usum delphini ma in perfetta buona fede, storie in cui la fiction prevale talvolta sulla realtà.

Nella bella intervista al Corriere della Sera di sabato 30 maggio, realizzata da Tommaso Labate e Aldo Cazzullo anche loro, soprattutto il secondo, grandi affabulatori e raccontatori di storie un po’ «aggiustate», Michele Emiliano dice un paio di cose che a me sembrano un po’ ritoccate.

Dice ad esempio di essere stato comunista. Per la verità lo ha detto anche altre volte senza però specificare né come né quando. Nell’intervista precisa di aver preso la tessera dopo i funerali di Berlinguer, quindi nel 1984, quando aveva 26 anni ma continua a non specificare in quale sezione, né ha mai indicato quali dirigenti del partito avesse frequentato. Per esempio quale segretario di sezione gliel’avrebbe concessa.

Intendiamoci. Non c’è niente di male a dichiarsi comunisti. Si fa una bella figura con poca spesa. Ricordo che molti, all’epoca, mettevano l’Unità in tasca, con il titolo in bella mostra, per «atteggiarsi». Anzi la sindrome dell’ex spiegherebbe meglio la sua diffidenza nei confronti dei post comunisti e il suo favor nei confronti di civici e destrorsi. Solo che a me la cosa sembra improbabile, piuttosto finalizzata a costruire un vissuto accattivante e comunque utile (nei curriculum dei politici essere ex comunisti, fa punteggio).