Nella mitologia indù, la tigre del Bengala è simbolo di coraggio nella lotta contro le oppressioni. Ma oggi, in India, la forza d’animo è incarnata da un altro animale. Decisamente meno nobile del grande felino, ma resistente, difficile da catturare. E anche capace di sopravvivere settimane senza testa: lo scarafaggio. Scarafaggi in piazza Sabato 6 giugno, Nuova Dehli. Nello storico spiazzo del Jantar Mantar, c’è un massiccio dispiegamento di polizia in tenuta antisommossa. Davanti a loro, migliaia di ragazzi indossano maschere di carta a forma di insetto, distribuiscono volantini, fiori e copie della Costituzione indiana. Tra loro c’è un ragazzo di 30 anni appena arrivato dagli Stati Uniti. Si chiama Abhijeet Dipke ed è tutto partito da lui.

«E se tutti gli scarafaggi si unissero?» Dipke ha studiato giornalismo a Pune, città indiana dove sono conservate le ceneri del Mahatma. Poi, come altri giovani indiani fortunati, è emigrato negli Stati Uniti. Negli anni in cui frequenta il master di Pubbliche Relazioni della Boston University, continua a seguire con passione l’andamento della politica indiana, tanto da partecipare come volontario alla campagna politica per l'Aam Aadmi Party, una delle principali forze di opposizione. Questo 16 maggio, il presidente della Corte Suprema indiana Surya Kant dice qualcosa che lo infastidisce particolarmente: «Ci sono giovani che non hanno un posto nel mondo del lavoro. Sono scarafaggi, parassiti». Dipke, che conosce bene le difficoltà dei Millenials e Gen Z indiani, coglie la provocazione. «E se tutti gli scarafaggi si unissero?», scrive sui social. I suoi coetanei gli rispondono, il riscontro è immediato. Allora a Dipke viene un’idea. Il Cockroach Janta Party Un logo fatto con l’intelligenza artificiale, slogan come «Un movimento. Una voce. Una nazione di scarafaggi». Nace così il “Cockroach Janta Party”. Una parodia del colosso nazionalista indù al potere, il Bharatiya Janata Party di Narendra Modi, che ad oggi resta il partito con più tesserati al mondo. Sul sito ufficiale si legge nella homepage: «Siamo la voce degli sfaticati e degli invisibili. Un partito per chi il sistema ha fatto finta di non vedere». I requisiti per far parte del partito? Essere pigri, disoccupati, cronicamente online e «avere la capacità di lamentarsi in maniera professionale». Basta un modulo di Google per “tesserarsi”. La satira si diffonde sui social, viene fomentata. In due settimane la pagina Instagram del CJP supera i 22 milioni di follower, 13 milioni in più di quella del BJP. Un'ascesa così verticale da spingere il governo Modi a tentare di bloccare il profilo su X per motivi di «sicurezza nazionale». Ma non è bastato, ora la protesta digitale nata per gioco è arrivata anche in strada. E ha basi concrete.