di
Gaia Piccardi
Fognini è il manager di Cobolli: «La finale del Roland Garros è stata strana: Flavio ha mostrato il suo valore, doveva vincere Sascha. Io? Dopo il ritiro sono a casa con mia moglie Flavia e i bambini da gennaio, non penso di allenare»
«Era il 2020, in pieno periodo Covid. Alle prese con i tanti infortuni dell’ultima parte della mia carriera, mi trovavo a casa, ad Arma di Taggia. Mi sono chiesto: come potrei aiutare con la mia esperienza i talenti italiani emergenti? All’epoca mi allenavo con Corrado Barazzutti a Roma, al campo andavano e venivano due ragazzini promettenti: Flavio Cobolli e Matteo Gigante. In Flavio mi sono subito rivisto: la corsa, la lotta, la faccia da duro in torneo e un cuore d’oro fuori. Un cagnaccio, come me. Ho telefonato a Stefano Cobolli: tuo figlio mi piace, incontriamoci». Il finalista di Parigi raccontato da Fabio Fognini, ex n.9 del ranking, primo vincitore azzurro di un Master 1000 (Montecarlo 2019), fondatore con Giuseppe Marzo dell’agenzia Back to Next, scopritore di Flavio Cobolli.
L’ha conosciuto minorenne, l’ha ritrovato al quinto set sul centrale del Roland Garros, in corsa per uno Slam.«È stato davvero emozionante. Flavio è meno irascibile di me, però abbiamo tante cose in comune. Ora che è salito al numero 10, anche la classifica. Il suo successo è una vittoria anche per noi, che l’abbiamo costruito e aiutato come potevamo».














