La scuola sta terminando in quasi tutta Italia e le aule si riempiono in queste ore dei docenti alle prese con gli scrutini che, per la prima volta, dovranno decidere chi “rimandare” in condotta. Insieme al divieto degli smartphone, è stata la novità più importante di quest’anno scolastico e sarà decisiva anche per l’estate degli studenti: chi avrà un 5 in pagella sarà bocciato a prescindere dai risultati nelle altre discipline, mentre chi raggiungerà a malapena la sufficienza – ovvero un 6 – dovrà presentare a settembre un «elaborato critico su tematiche di cittadinanza attiva» per ottenere la promozione. In pratica, sarà rimandato.L’obiettivo, nell’idea del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, è dare un «segnale forte e chiaro» agli studenti e rendere «il voto in condotta un importante strumento educativo per far crescere cittadini responsabili e consapevoli». Ma misurare gli effetti della riforma, in assenza degli esiti degli scrutini, non è semplice, anche perché i dati del Ministero sulle aggressioni a scuola sono ancora provvisori: rispetto allo scorso anno è stato registrato un calo dell’81%, ma i numeri fanno riferimento solo al primo quadrimestre e non esistono dati anteriori al settembre 2023, quando è stato istituito l’Osservatorio nazionale per la sicurezza del personale scolastico. È presto, cioè, per dire se il giro di vite sul voto in condotta ha reso le scuole più sicure. «È uno strumento che sicuramente può funzionare come deterrente – commenta Matteo Morandi, docente di Storia della pedagogia e dell’educazione all’Università di Pavia –. Ma sul fatto che sia giusto procedere in questa direzione ho molti dubbi».La direzione l’aveva tracciata Valditara un anno fa, spiegando che la riforma del voto in condotta serviva a costruire una «scuola autorevole e non autoritaria». Un’intenzione che il Ministro ha dovuto ribadire più volte lungo un anno segnato da aggressioni e violenze ai danni di studenti e docenti. Le più gravi hanno coinvolto Youssef Abanoub, un alunno 19enne accoltellato a morte a gennaio da un compagno nel suo istituto a La Spezia, e Chiara Mocchi, professoressa di 57 anni gravemente ferita all’addome e al collo a marzo da un suo studente 13enne nei corridoi di una scuola media a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Ma, più spesso, la violenza scolastica assume le forme quotidiane del bullismo, di cui è vittima il 38% degli adolescenti italiani, e dell’esclusione sociale, che oggi riguarda il 17% degli studenti (dati Osservatorio nazionale sul bullismo 2026). In questo contesto, dare più peso al voto in condotta, che da quest’anno incide anche sulla media scolastica delle secondarie di primo grado, servirebbe a disinnescare gli atteggiamenti aggressivi: «Il voto ha una sua efficacia, perché certifica che lo studente ha imparato la lingua e le leggi della scuola – spiega Morandi, autore del saggio “Storia critica del voto scolastico”, edito da Scholé –. Ma il rischio è che si tratti di pura adesione formale».A introdurre il voto in condotta nella scuola italiana fu per prima nel 1923 la “riforma Gentile” che, durante il governo fascista, stabilì che il comportamento venisse «classificato in decimi allo stesso modo del profitto». Fu, poi, abolito nel 1977 e reintrodotto nel 2008. «In realtà, già nei registri ottocenteschi – racconta Morandi – si leggeva una valutazione di questo tipo sotto al termine “mores”, ovvero i costumi. Si tratta, perciò, dell’applicazione di un modello unico agli studenti. È molto più faticoso, al contrario, lavorare sulla motivazione degli alunni per non farli aderire a un sistema in nome dell’efficienza». Non solo. Secondo il docente, la scuola non renderebbe chiari neppure i criteri di valutazione della condotta: «Per gli studenti spesso non è evidente cosa corrisponda al 7 o all’8. Così, il rischio è che il voto venga attribuito alla persona».Poco cambia se, al posto dei numeri, si sostituiscono i giudizi sintetici. «Il giudizio sintetico, che risale alle scuole dei Gesuiti – spiega Morandi –, implica sempre una scala di classificazione». Quello appena concluso è stato il secondo anno di “Ottimi”, “Distinti” e “Sufficienti” alle primarie, dove dal 2024 non si usano più i numeri. Ma, anche per gli studenti tra i 6 e i 10 anni, «la scuola italiana resta un sistema molto legato al numero»: «Nel 1977 si è tentato di abolire i voti numerici in pagella e introdurre le valutazioni con i giudizi descrittivi, non sintetici – racconta il docente –. Ma non è stato sufficiente per uscire dalla tradizione di una scuola rappresentata sinteticamente dal voto. E ancora oggi è così».Lo stesso vale per l’esame di fine ciclo, al via il prossimo 18 giugno, che da quest’anno ha ripreso la denominazione di “Maturità”, attribuita per la prima volta da Giovanni Gentile: «Già nel 1923 i detrattori del ministro fascista spiegavano che il voto numerico rischia di attribuire una valutazione alla persona piuttosto che alla singola prestazione – commenta Morandi –. Ora le cose sono più complicate, soprattutto per i membri esterni delle commissioni: sono costretti a esprimere un giudizio sul processo di maturazione pluriennale di uno studente, ma non lo conoscono. Così il pericolo è che davvero l’alunno senta di “essere un 60” o di “essere un 100”».