L’ultima volta che qualcuno si era accorto dell’esistenza delle pagine culturali di Repubblica era poco meno di tre anni fa, luglio 2023. I lanzichenecchi di Alain Elkann nella pseudoprimaclasse di Italo. Teneteli a mente: poi nel racconto di oggi tornano, i lanzichenecchi.
Quella di oggi è una storia che non so bene con cosa abbia a che vedere, non riesco a capirlo benché ci rifletta da tre giorni: col giornalismo? Con l’attenzione? Coi regolamenti di conti? Con le notizie su cui il giornalismo si fissa non si sa bene perché? Con la trama di “Succession”?
La vicenda di partenza è quella di Erri De Luca, una roba da morire di noia come tutti i dibattiti che ruotano attorno all’uso del termine “genocidio”: De Luca, come è impossibile non sappiate, ha dato un’intervista in cui dice che lui non si siede a parlare con chi usa la parola “genocidio” (mai visto un simile feticismo attorno a una parola, per gli uni totem e per gli altri tabù: Freud avrebbe un’erezione).
Ne avevo scritto persino io: il pubblico di sua pertinenza, quel ceto medio complessato per cui “genocidio” è totem e non tabù, lo rinnega, lui aggiusta il tiro, si prevedono contrazioni del mercato all’uscita del suo prossimo libro.






