Come ogni lettore, intrattengo con la memoria un rapporto doppio, quasi contraddittorio. La memoria somiglia a una casa abitata da due ospiti che raramente si parlano. Julian Barnes, nel suo ultimo libro Partenze (Einaudi), parla di due forme della memoria umana: volontaria e involontaria. La prima si attiva come se estraessimo da un archivio e collocassimo con cura in un punto preciso un determinato evento. La seconda si attiva autonomamente mentre si è impegnati in altro, come la celeberrima madeleine di Marcel Proust, che spalanca un paesaggio di ricordi attraverso il sapore e agisce con la discrezione di un minuscolo ferretto per capelli che scardina una serratura e apre una stanza oscura.

In questo articolo, scatti dal libro di Tabitha Soren, Surface Tension (Rvb Books, 64 pagine, 29 euro). Un lavoro che esplora 20 anni di dissonanze e contrasti tra persone e smartphone, umanità e tecnologie. foto di Tabitha Soren

Se torno al decennio che va dal 2010 al 2019, mi accorgo che anche la memoria involontaria ha cambiato strumento. Non è più il profumo di un dolce o un oggetto dimenticato in un cassetto, bensì lo schermo. Il neuroscienziato Vittorio Gallese nel Sé digitale (Raffaello Cortina) lo descrive come un ambiente mobile che accompagna i nostri gesti quotidiani, li condiziona e li codifica. Ha qualcosa dello specchio (il primo schermo della storia umana), perché nel suo riflesso di aggiornamenti si cerca anche qualcosa di familiare. E da lì si condiziona non solo la propria identità neurobiologica, ma anche quella che rappresenta la nostra parte in connessione col mondo che ne traspare, il Sé digitale.