Un detenuto straniero di 35 anni morto per impiccagione; un egiziano di 26 anni deceduto dopo un gesto suicidario; un italiano di 39 anni morto per possibile abuso di farmaci; un quarto decesso richiamato da Antigone nel bilancio degli ultimi due mesi. Prima delle statistiche nazionali, prima dei numeri sul sovraffollamento, ci sono queste quattro storie e il contesto che le accomuna. Nella casa circondariale di Borgo San Nicola la situazione fuori controllo si conosce da mesi ma è ferma in uno stallo inaccettabile.

Il 35enne suicida viveva una condizione di forte marginalità, senza fissa dimora, privo di una rete stabile di sostegno. Da Lecce era transitato a Taranto e riportato a Borgo San Nicola. Maria Mancarella, garante del Comune per le persone private della libertà personale, racconta che gli operatori che lo seguivano, lo descrivevano come «una persona fragile, fondamentalmente buona, molto affettuosa». Educatrice e psicologa, che lo avevano avuto in carico, avevano costruito con lui «un rapporto umano intenso».

Il 21 maggio muore un altro detenuto. Ha 26 anni, è egiziano, viveva per strada; anche la compagna si trovava nella stessa condizione. Si trovava nel reparto precauzionale. Secondo quanto riferito da Mancarella, la dinamica resta da chiarire, non è accertata un’impiccagione: «Il giovane sarebbe stato trovato ancora vivo, con un cordino appoggiato al collo, e il decesso sarebbe sopraggiunto durante i soccorsi del 118». Resta aperta anche l’ipotesi dell’ingestione di sostanze. L’autopsia dovrà chiarire le cause esatte. La sua storia sembra già sentita: «Un ragazzo attraversato da gravi problemi esistenziali ed economici, da un disagio psicologico profondo maturato dentro una vita di precarietà estrema. Non risultano ufficialmente tossicodipendenza o patologie psichiatriche, ma emerge una vulnerabilità sociale radicale».