Può sembrare inutile la contabilità dei morti in carcere per suicidio, omicidio, morte «naturale». Il ministero la fornisce una volta all’anno, scomputando chi è morto in ospedale dopo un tentativo di togliersi la vita o i casi «sospetti». Altre associazioni di volontari - su tutte Antigone e Ristretti Orizzonti, che ci hanno aiutato a raccogliere queste storie - provano a stare dietro al conteggio: al 30 giugno i suicidi erano 45, ma ogni giorno ne arrivano altri. Gli ultimi: Parma, Aosta, Roma. Il record è stato nel 2024, ma non è detto che quest’anno non si possa far peggio. In cella ci si uccide con quel che si trova. Un lenzuolo, i lacci delle scarpe. E ci si uccide per disperazione. Perché dentro non ci sono prospettive, non c’è vita, non c’è lavoro, non c’è niente. E fuori, spesso, li aspetta l’incubo di dover ricominciare, perché lo stigma di criminale e l’assenza di un sistema di welfare rende difficile il reinserimento. Oltre la contabilità, ci sono loro. Persone che hanno sbagliato (di alcune non si sa, perché erano in custodia cautelare), ma che avevano un’esistenza, mogli, genitori, figli. Persone che si trovano dentro celle sovraffollate, in condizioni disumane. Di seguito raccontiamo tre storie di detenuti e una di un agente di polizia penitenziaria: anche loro vivono nello stesso inferno. Se ne sono uccisi sette nel 2024 e due quest’anno. «Gli agenti — ci dice Gennarino De Fazio della Uilpa — hanno carichi di lavoro e di coscienza che non si possono nemmeno immaginare».