di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.