Dopo anni di guerre, di bombardamenti, di massacri, di immagini che scorrono ogni sera nei telegiornali e sui nostri telefoni, temo che in molti di noi si sia insinuata una forma di assuefazione. È una parola terribile, ma credo sia quella giusta. Una sorta di anestesia morale, forse di autodifesa, che ci porta a registrare l’orrore senza più reagire come dovremmo.

Ogni giorno ascoltiamo notizie di morti, di bambini uccisi, di famiglie distrutte. Ogni giorno ci indigniamo per qualche secondo e poi passiamo oltre. Perché la ripetizione continua del dolore rischia di consumare la nostra capacità di provare dolore. Poi, però, accade qualcosa. Qualcosa si rompe dentro e fa male.

Qualche giorno fa ho visto un servizio del TG3 sulla morte di Sam, un bambino palestinese di appena sette mesi, ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in auto con i suoi genitori in Cisgiordania. Il piccolo corpo avvolto in una bandiera. E lì qualcosa si è definitivamente spezzato. Da quel momento quell’immagine mi ritorna sempre nei pensieri.

Non ho visto un palestinese. Non ho visto un israeliano. Non ho visto una bandiera, una fazione o una ragione geopolitica. Ho visto un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. In quel momento emerge qualcosa che va oltre la politica, oltre le appartenenze religiose, oltre gli schieramenti. Scava nel nostro più profondo senso di umanità, si insinua oltre le barriere dell’assuefazione e della distanza, fa male, sanguina. E ciò che ne scaturisce è la sete di giustizia che vien fuori, rossa, scarlatta e ci ricorda che noi siamo vivi. Ancora. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere.