Per decenni il rapporto tra media tradizionali e opinione pubblica è stato relativamente chiaro: i giornali verificavano, la televisione selezionava, i social — prima che esplodessero — semmai commentavano. Oggi il meccanismo si è rovesciato. Non sono più i social a inseguire i media, ma troppo spesso i media a inseguire i social. E quando il tema è Israele, il risultato è devastante: fake news, narrazioni manipolate, linguaggio emotivo e abbandono quasi totale dei criteri fondamentali del giornalismo di qualità. Il Medio Oriente e, soprattutto Gaza dopo 7 ottobre 2023, è diventato il terreno chiave per il collasso della informazione di qualità.

Il circolo virtuoso della informazione che diventa vizioso in tutto il mondo occidentale

Fino alla esplosione dei social 25 anni fa, funzionava un “circolo virtuoso” dell’informazione. Un quotidiano di qualità come il Washington Post, un settimanale eccellente come l’Economist, una TV pubblica come la BBC (si vantava che i sondaggi dicevano che chi pagava il suo canone lo faceva volentieri ed avrebbe anche accettato aumenti), questi media eccellenti “istruivano” i loro lettori che a loro volta pagavano profumatamente i loro servizi, permettendo di assumere giornalisti e producers eccellenti che facevano sempre più qualità, più audience. Il New York Times negli anni Novanta aveva oltre 1.200 giornalisti in redazione. Il Guardian poteva permettersi uffici in tre continenti. La RAI aveva corrispondenti in ogni capitale del mondo. Il Corriere della Sera vendeva 700.000 copie al giorno. Non erano perfetti — anche allora esistevano faziosità, pressioni degli editori, distorsioni politiche — ma c’era una base economica sufficientemente solida da sostenere un giornalismo con risorse reali. E soprattutto c’era un contratto implicito con il lettore: paghi perché l’informazione che ricevi vale il tuo denaro.