La ricostruzione del Washington Post: i tre raid e le accuse all'esercito israeliano

Il 22 aprile i soccorritori hanno aspettato per due ore il permesso dell’esercito di Israele per cercare di salvare la giornalista libanese Amal Khalil, ferita ma ancora vivo. A scriverlo è il Washington Post, che ricostruisce le ultime ore di vita della cronista che per il quotidiano al-Akhbar si occupava delle comunità del Libano meridionale e degli animali in guerra. Khalil è stata uccisa in un bombardamento dell’Israeli Defence Force (IDF) nel Libano meridionale. Molti giornalisti hanno reso omaggio ad Amal e agli altri giornalisti uccisi nel conflitto tra Israele e Hezbollah.

Secondo il racconto del Washington Post i soccorritori si sono avvicinati all’edificio poco prima delle 18:00, ma si sono ritirati quando una granata stordente è esplosa nelle vicinanze. Quando le Forze di Difesa Israeliane hanno finalmente inviato l’autorizzazione agli intermediari, intorno alle 20:15, Khalil, 42 anni, era già morta a causa delle ferite riportate. I referti dicono che è morta alle 19. Quella sera stessa l’Idf su Telegram ha scritto di non aver «impedito alle squadre di soccorso di raggiungere la zona» e di «agire per mitigare i danni ai [giornalisti] garantendo al contempo la sicurezza delle proprie truppe». Reporters Without Borders aveva pubblicamente chiesto alla comunità internazionale di fare pressione sull’esercito israeliano affinché consentisse ai soccorritori di raggiungerla.