Non c’è molto da aggiungere a quello che hanno detto e scritto in tanti, tutti quelli e quelle che hanno voluto e potuto, sull’omicidio di Amal Khalil. Giornalista libanese deliberatamente uccisa dall’esercito israeliano. Aveva 43 anni. Era una donna giovane, coraggiosa e gentile, competente, era una professionista. Era forte, libera. Lavorava da anni in quella striscia di Libano meridionale in cui raccontare la guerra significa viverla, stare, vedere, compatire capire e dire. Lucia Goracci, inviata di guerra altrettanto libera, ha detto: sono sotto shock.

Il mese scorso l’ho conosciuta. In un ospedale a Nabatyeh circondato dai bombardamenti. Era esperta e sorridente. Era sorridente, sì. Se cercate le sue cronache, i video: era così. Diritta, seria e sorridente. L’hanno uccisa con la volontà di farlo: hanno impedito che arrivassero i soccorsi, l’esercito israeliano ha sparato sulle ambulanze che cercavano di raggiungerla. Poteva essere salvata: questo deve essere molto chiaro. Se si fosse voluto si sarebbe salvata. Al contrario, si è voluto che morisse. I soldati comandati da Netanyahu l’hanno uccisa.

Baysariyeh (Libano), 23 aprile: in processione con il ritratto di Amal Khalil

Sarebbe importante che tutti quanti, tutti noi, pensassimo che questo tremendo lutto, questo omicidio, ci riguarda. Perché se i giornalisti sul campo vengono uccisi, come succede continuamente, se si denigra chi racconta quello che succede nel mondo, nelle guerre. Se si contribuisce a svuotare una funzione democratica fondamentale, che molte persone svolgono a prezzo della vita, disprezzando quel mestiere, quel lavoro.