C’eravamo, c’eravamo tutti. Con il cuore, con la tensione spirituale, con tutti i crismi che la faccenda richiedeva. C’eravamo in ogni punto, ogni colpo, ogni alito, che si faceva anelito, e riempiva l’aria, qua e là. Roma e Parigi. Villa Ada e il Bois de Boulogne. C’era il suo clan, in uno spicchio dello Chatrier facilmente riconoscibile perché colorato d’azzurro. Stefano, Guglielmo, Edo, Filo e tutti gli altri, parenti, amici, tecnici, fisioterapisti, in una contaminazione che è musica per le orecchie di milioni di italiani, aficionados vecchi e nuovi del tennis. C’era il suo circolo, il mitico Parioli, quello dei Pietrangeli e dei Panatta, della noblesse imborghesita, del calcetto e del padel, che fino a ieri aveva vissuto un po’ da spettatore, diciamo la verità, l’epopea sinneriana, ma oggi può orgogliosamente rivendicare di essere stata la sua culla tennistica, poi il rifugio negli anni del nomadismo, oggi il porto sicuro dove approdare.E’ l’ultimo fenomeno del tennis italiano, che ormai non bastano le dita di due mani a contarli. A seguire e a palpitare per Flavio Cobolli, ieri, nel salone affollatissimo del Parioli – “Dotto’, io la faccio entrare ma se deve parcheggiare restano solo i campi da tennis” –, c’era anche Manuela. Seduta nelle retrovie, si riconosceva subito perché anche lei in uno spicchio colorato, di bianco. Il bianco, il colore dell’innocenza, delle morti cui solo la fede in Dio, per chi ci crede, può dare un senso. Forse. Il bianco, il colore delle magliette che Manuela e chi le sta intorno indossano. Davanti, hanno una grande M con un cuore che ospita il logo e simbolo del TC Parioli. Sul retro, una scritta, che qui chiunque associa immediatamente a Flavio: “Ogni punto che giocherò, ogni palla che toccherò, ogni passo che farò, penserò a te”. E’ quello che Cobolli disse al termine della prima vittoria conquistata dopo la scomparsa di Mattia. E’ passato qualche mese, e da allora la carriera di Flavio ha spiccato il volo, come se ci fosse qualcuno a sostenerlo, a dargli la spinta, come se volassero due gabbiani in uno, a rincorrere un sogno. Possibile? Possibile, se ci credi.Flavio Cobolli ci ha creduto tantissimo. Da sempre. Da quando non sapeva ancora se sarebbe diventato un grande calciatore o un grande tennista, e la mamma faceva avanti e indietro tra il Parioli e Trigoria (chi vive a Roma sa quale fatica, innanzitutto nervosa, richieda). Da quando, piccoletto, le dava a un giovane Berrettini, ma quello era alto il doppio di lui. Da quando, mentre intorno gli era esploso Sinner e sbocciava pure Musetti, e a un certo punto compariva perfino Arnaldi, lui faticava, pieno di insicurezze, era uno dei tanti, e Volandri non lo vedeva, lo considerava poco più dell’ennesimo terraiolo italiano. Era la fine del 2023, l’Italia vinceva la prima Coppa Davis dell’era moderna e Flavio Cobolli la guardava da casa, alla tv. L’anno dopo, stessa scena, escluso dalla fase finale, ma almeno convocato e protagonista nel turno di qualificazione. L’anno scorso, ci ricordiamo tutti come è andata e dov’era Cobolli, a Bologna, in campo, sul duro, altro che terra.Flavio Cobolli ci ha creduto tantissimo. Anche ieri. Per buone quattro ore, non ha ceduto di un centimetro a quel lungagnone di Zverev che potrebbe mangiargli in testa e che, oggi, onestamente, è ancora un giocatore più completo. Non ha ceduto e quando gli è capitato di perdere terreno, con quella “tigna” molto romana che ti fa andare sempre oltre, ha rintuzzato, recuperato, è ripartito di slancio, rientrando in partita, allungandola fino al quinto set. Un mezzo miracolo sportivo, sia detto. Proviamo a riavvolgere il nastro di tre settimane, torniamo all’inizio del torneo: ma chi avrebbe potuto solo immaginare di vedere Flavio Cobolli, ragazzetto de ‘sta Roma bella, in finale al Roland Garros, trascinare il numero 3 del mondo al quinto set? In quel teatro dei sogni ispirato ai miti dell’aviazione dove non aveva mai giocato prima? Ci rendiamo conto?Alexander Zverev dopo aver battuto Flavio Cobolli nella finale del Roland Garros (foto di Thibault Camus per AP Photo, via LaPresse)Adriano Panatta, che a Roma avrebbe voluto premiare Sinner ma dovette, diciamo così, cedere il passo al presidente Mattarella, ieri avrebbe voluto incoronare Cobolli. E invece, rimane l’ultimo italiano ad aggiudicarsi questo torneo. Peccato. Però, di una domenica comunque bestiale per lo sport italiano, ci resta quell’anelito, un soffio di speranza, che da Parigi arriva fino a Roma e riparte subito per Londra. Porta con sé l’ottimismo della volontà di un ragazzo del Parioli. Anzi, di due ragazzi. Perché Flavio è più di se stesso. E’ anche Matteo. Forza.
Cobolli e il suo mezzo miracolo sportivo sulla terra del Roland Garros
Il tennista italiano ha perso la finale del torneo francese contro il tedesco Alexander Zverev. Non ha ceduto e quando gli è capitato di perdere terreno, ha rintuzzato, recuperato, è ripartito di slancio, rientrando in partita, allungandola fino al quinto set










