A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.
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Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».













