Per il Cagliari ha messo sempre il cuore, la testa, l’anima, la faccia. Prima da giocatore, due volte da allenatore. Ora da tifoso che gioisce e soffre dall’altra parte del mondo, tra i silenzi e i profumi della campagna, nel suo storico ranch a due ore d’auto da Montevideo, in Uruguay, tra le mucche, i tori, le pecore e i campi di soia e avena, in attesa di una nuova squadra dopo l’ultima esperienza con il River Plate. Capitano dentro e fuori, con o senza fascia. Un leader silenzioso, lo sguardo impenetrabile ma schietto rassicurava i compagni e - allo stesso tempo - incuteva terrore agli avversari che lo hanno sempre rispettato, però, nel bene e nel male. Diego Lopez è stato un uomo d’onore prima ancora che un calciatore. Ogni match era una missione. E chi toccava un suo compagno, doveva poi fare i conti con lui, non c’era via di scampo. Difensore d’altri tempi, generoso ma tosto, spietato ma corretto. Scuola Montero, come tanti uruguaiani nati negli anni Settanta. Non a caso, lo chiamavano “El Jefe”, il capo. Anche nella Celeste si faceva rispettare. Poteva sbagliare l’intervento decisivo, mai l’approccio. E tra le 344 partite giocate con la maglia rossoblù (è 7° nella classifica all time per presenze dietro il collega fraterno Conti, Brugnera, Nené, Piras, il Mito Riva e Martiradonna) non ce n’è stata mezza banale.