Nello Staffordshire, una vecchia miniera di carbone chiusa da mezzo secolo è diventata rifugio per gufi, fiori e volpi selvatiche
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La miniera tornata tanaFiori sulle scoriePatrimonio vivo e fragile
A prima vista sembrano solo ferri vecchi, mattoni segnati dal tempo, torri arrugginite rimaste in piedi per testardaggine. Chatterley Whitfield, nello Staffordshire, in Inghilterra, appartiene a quella categoria di luoghi che l’industria lascia dietro di sé quando smette di scavare: enormi, difficili da gestire, pieni di memoria, troppo costosi per essere recuperati in fretta e troppo importanti per essere cancellati con un colpo di ruspa.
Poi si guarda meglio. Tra i resti della miniera spuntano rose, fiori selvatici, fragole nate sui vecchi cumuli di scorie di carbone. Dentro gli edifici alti, quelli che un tempo servivano a far scendere gli uomini sotto terra, oggi si muovono barbagianni e gufi di palude. Le ruote dei castelli minerari, quelle grandi strutture usate per calare i minatori nel sottosuolo, fanno ancora da cornice. Solo che adesso, al posto del carbone, passa un’ombra bianca.








