Per una curiosa e fertile coincidenza, rara nel mercato editoriale italiano, si sono dati a distanza di pochi mesi appuntamento in libreria lo spietato e implacabile romanzo inedito Da lunedì a lunedì di Fernando Di Leo (edito da Rogas), virtuoso cineasta del noir italiano, originario di San Ferdinando di Puglia nel foggiano, e il saggio dello studioso cinematografico Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta (Mimesis, Milano). L’intreccio che obbliga a condurre in parallelo le due letture è chiaro: Di Leo è stato il maggiore autore cinematografico che ha disadattato spesso le opere di Scerbanenco dalla fine degli anni Sessanta, spingendosi da temerario della macchina da presa fino agli omologanti anni Ottanta, con il picco raggiunto da I ragazzi del massacro, Milano calibro 9 e La mala ordina, le cupe trame gialle, volentieri virate al nero, dove malfattori combattevano malfattori se possibile peggiori in una cornice istituzionale assente o “marcia”.
Non ha sempre eletto Scerbanenco a fonte d’ispirazione, ma Scerbanenco è (stato) sempre dentro il suo orizzonte che esplode letterariamente infine nel benemerito Da lunedì a lunedì, cui non resta che auspicare una rotta filmica imminente. Da pugliese ha qui trasformato l’immaginaria, da una Pian delle Fosse in una location sporca di sangue e denaro riciclato con la mafia locale sullo sfondo e la finanza in primo piano: l’originale piglio mediterraneo, paragonabile quindi nel conguaglio tra cinema e letteratura direttamente o indirettamente sua, lo rende più vicino ai maestri del noir europeo e statunitense, come Jean-Pierre Melville e John Huston, anziché ai registi di polizieschi tricolore degli anni Settanta. E Pezzotta ne fornisce le chiavi d’accesso privilegiate di lunga durata, ricostruendo con una fitta rete di richiami ai quali la sua colta saggistica ci ha abituato da decenni la genealogia di un genere mutante che specialmente in Italia smarrisce ben presto i connotati del giallo classico a chiave, per assumere i contorni cupi e insidiosi dell’incomprensibilità del contesto: donde la necessità di eleggere (anche nell’accezione del leggere in sé e dell’ex legge, in nome della quale nulla più accade), sulla falsariga di Carlo Emilio Gadda e Leonardo Sciascia (senza ignorare ad esempio Dino Buzzati), ad antieroe “necessario”, come lo definiva Massimo Bonfantini, il soggetto inchiestale che non necessariamente entra(va) in gioco come il poliziotto o il magistrato di turno, ma facendo di ignominia virtù si scatena(va) da perfetto, atipico e soprattutto solitario quale criminale vendicativo.







