Mi sembrava grandissima la chiesa francescana di Santa Maria delle Grazie in Monza quando, da piccola, vi andavo con i nonni nelle particolari occasioni in cui si ricordava il Santo di Assisi: il 2 agosto e il 4 ottobre. A quel tempo la chiesa era ancora totalmente affrescata e benché non rammenti nulla di quegli affreschi ormai scomparsi, le luci soffuse e il lumeggiare dei ceri rendevano le pitture sbiadite, vive e reali. In alto, oltre il presbiterio, si contemplava, e ancora si contempla, l’antico dipinto di Santa Maria Annunciata. L’Arcangelo Gabriele e Maria si fronteggiano incorniciati da arcate mentre, sullo sfondo, il fiume Lambro si snoda entro la grande area boschiva del parco monzese con alcuni antichi castelli disseminati qua e là. Forse per quella promessa fatta dalla Vergine degli Angeli a Francesco, di portare tutti in paradiso, crebbi convinta che quel dipinto fosse miracolosamente apparso al frate minore, tanto innamorato di Maria.In realtà, come scoprii più tardi, la pittura a guazzo dell’annunciazione monzese è del XV secolo e mai il poverello d’Assisi mise piede nella mia città. Certo è che Francesco era vivo per noi ragazzini e il Cristo morto, a grandezza naturale, collocato entro una nicchia esterna al Santuario, si sovrapponeva al corpo esanime di Francesco soprattutto quando, la sera del 3 ottobre, si arricchiva di ceri votivi portati dai fedeli. Lì si svolgeva, infatti, il beato transito del Santo di Assisi. Il giorno seguente lo spazio antistante il Santuario si riempiva, con la variopinta folla dei fedeli, di animali di ogni specie e di macchine nuove da benedire. Anch’io già cresciuta, e con pochissima fede, vi portai la mia prima macchina e il mio cagnolino, nella certezza che la benedizione di Gesù, per mezzo di Francesco, ci avrebbe protetti. Dunque erano tre le cose che mi parvero sempre inscindibili da San Francesco: l’amore alla Vergine; l’amore a Cristo crocifisso e la gioia per tutto ciò che esiste. Questi ricordi, nel tempo, si sono arricchiti per la conoscenza diretta dell’esperienza francescana: la nostra fondatrice, Beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, prima di diventare agostiniana fu, infatti, francescana; io feci la professione temporanea e quella solenne accompagnata dall’appassionata lettura delle Fonti francescane, nonché dagli stessi frati minori di Monza, inoltre vivo in due Conventi risalenti al Poverello di Assisi, uno dei frati minori Conventuali e l’altro dei frati minori Cappuccini.Monza, del resto, legata da tempo immemorabile ai tessuti, alla tintoria e alla filanda, vanta di una Santo patrono che fu antesignano di san Francesco. San Gerardo de’ Tintori (1134 -1207), lasciò le sue ricchezze dovute all’industria tessile, per dedicarsi ai poveri e ai malati. Forse queste due figure, che non di rado si sovrapponevano nel mio immaginario infantile, influenzarono non poco la scelta di lasciare l’azienda di mio padre, commerciante e fondatore del prêt-à-porter in quel di Monza, per seguire i consigli del Vangelo. Tuttavia, più del Francesco nudo in piazza che lascia tutto per abbracciare sorella povertà, mi impressiona la sua profonda capacità di stare con semplicità in tutte le cose. È la difficile semplicità che fa parlare Francesco con il lupo e con gli uccelli, è la sua semplicità che gli permette di scorgere nel dono di un agnellino, l’Agnello di Dio immolato per la nostra salvezza. È la sua semplicità che lo spinge a baciare il lebbroso e a parlare a cuore aperto con il Sultano. È la semplicità che gli fa abbracciare la croce con perfetta letizia e lo fa essere, nel contempo, il giullare di Dio cantore della creazione! Francesco è l’immagine di una ragione che riconosce la sua grandezza nel «non sapere» e di un «potere» che sgorga non dall’erudizione, ma da una sapienza proveniente dall’alto. Se c’è una virtù che potrebbe essere alla portata di tutti, che non avrebbe bisogno di eroiche rinunce, né di elaborati percorsi di fede e di purificazione, è quella della semplicità. Eppure è la più difficile da praticare perché la semplicità è di Dio. Il nostro Dio è semplice, per questo tutto ciò che ha creato è di una bellezza disarmante, come direbbe Papa Leone. Francesco è l’uomo semplice eppure di una profondità abissale. Forse non lo potremo imitare nelle sue penitenze ardite, nella vita aspra, nell’amore infuocato per la Parola e per l’Eucaristia, ma potremmo tentare di imitarlo nella rinuncia ai pensieri doppi, complicati, alla necessità di apparire e nella scelta di consegnare il nostro ego a quella semplicità pura che «in tutto» vede Dio e che «tutto» a Dio riferisce.In tal senso l’opera che più mi commuove su san Francesco è l’affresco di Cimabue, considerato il vero ritratto del Santo (dopo quello del Sacro Speco benedettino). Chi aveva conosciuto il Poverello di Assisi ha guidato il pennello di Cimabue che l’ha ritratto con quegli elementi semplici ed essenziali fondanti la sua personalità umana e spirituale. Lo vediamo sempre ritratto in solitario, ma egli, in realtà, è affiancato a una stupenda maestà: la Vergine degli angeli in trono. L’abito frusto a foggia di tau, che il Santo volle portare in nome della forma della croce, contrasta con la luce purissima che avvolge la Vergine e gli angeli adoranti. Eppure, proprio in tale contrasto, c’è armonia e pace. Le cinque piaghe del Santo, che lo hanno assimilato a Cristo al punto da meritargli il titolo di Alter Christus , spiegano il senso del libro che egli regge fra le mani: quel Vangelo sine glossa che egli volle vivere e che tradusse nella Regola approvata da Onorio III. Il volto sereno ci guarda mostrando attorno agli occhi i segni della malattia che lo colpì qualche anno prima della morte. Le orecchie grandi non sono solo una caratteristica della fisionomica del Santo ma narrano la sua capacità di ascolto e di obbedienza alla Parola di Dio. Insomma in un solo sguardo si coglie tutta la vita del Santo e le sue principali caratteristiche: amore alla Vergine, amore alla Croce e alla Parola, e amore ai suoi amici che volle portare tutti in paradiso. Un paradiso non ignoto e lontano ma che trova un fedele riflesso in quell’amore di Dio per noi nascosto nella meravigliosa opera della creazione. Per concludere vorrei fare mie le intramontabili parole di una celebre lauda medioevale su san Francesco che inizia così: Laudar vollio per amore lo primer frate minor .L’Anno Giubilare Francescano, indetto da papa Leone XIV per gli 800 anni dal transito del Santo, è un tempo di grazia che invita tutti a riscoprirne il messaggio di pace, umiltà e fraternità per il mondo contemporaneo. Avvenire vuole contribuire con una serie di articoli domenicali, “San Francesco ci dice che...”, in cui voci credenti e laiche offrono il loro sguardo personale sulla figura del Poverello di Assisi.