Il capitalismo influisce profondamente sulle persone con disabilità, creando strutture sociali ed economiche che marginalizzano e definiscono la loro esistenza in termini di produttività e utilità. È questa la tesi elaborata da Marta Russell (1951-2013), scrittrice e attivista statunitense con disabilità. I suoi studi sono stati raccolti nell’opera intitolata “Capitalismo e disabilità. Le tesi radicali di Marta Russell”, curata da Keith Rosenthal, uscita postuma per Haymarket Books nel 2019. Per la prima volta il libro è stato tradotto in italiano e pubblicato ad aprile per Ombre Corte. Secondo Russell “il capitalismo ha un impatto significativo su definizione e gestione della disabilità” e la relazione tra capitalismo e disabilità è “complessa e multidimensionale”. Le strutture capitaliste non solo definiscono la disabilità, ma contribuiscono anche a “perpetuare disuguaglianze e barriere”. È fondamentale, a suo dire, riconoscere e affrontare queste dinamiche per promuovere una società più inclusiva e giusta.
“Il testo è innovativo perché scardina i luoghi comuni del pietismo e assistenzialismo con cui la narrazione mainstream racconta la disabilità: Russell rifiuta tanto il modello medico-individuale quanto un approccio fondato solo sui diritti civili, e mostra come la disabilità non sia un destino biologico né una mera condizione medica, ma una categoria politica sviluppata dal capitale. È una svolta che sposta il problema dal corpo “deficitario” del singolo alle strutture materiali che producono esclusione”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Ester Micalizzi, la traduttrice del testo, sociologa e una sibling (sorella di una persona con disabilità). “Arrivo a questo libro da entrambe queste prospettive: quella dello sguardo critico sulle strutture sociali e quella, molto più intima, di chi la disabilità la attraversa ogni giorno in famiglia. Russell parla a entrambe queste parti di me e per questo tradurla è stato insieme un atto di studio e politico”.








