Ci sono settimane che si annunciano in un modo e finiscono in un altro. Questa doveva essere di teatro e musica, due sere da spettatore, il mestiere e piacere di queste pagine, e arrivavo per giunta dall’avventura ravennate da cronista e corista di cui vi ho già riferito. Invece a tenere il centro è stato un disco, ascoltato e riascoltato con un affetto che cresceva a ogni giro: “The Boys of Dungeon Lane”, il nuovo album di Paul McCartney, 84 anni il 18 giugno.

Questo blog si chiama diario di uno spettatore, e allora lo dico subito: per giorni e giorni lo spettatore si è fatto soprattutto ascoltatore. Ma è lo stesso gioco, lo stesso racconto. E forse, a scriverne, capisco perché: un filo solo tiene insieme le tre cose di cui voglio riferirvi, ed è fatto di infanzia e di memoria, di quella materia grezza del ricordo che gli artisti, soprattutto da vecchi, trasformano in forma compiuta. Comincio però dal palcoscenico, e dalla sera più dura.

Alla Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ho visto "Il mio nome è Maria Stuarda", primo testo teatrale di Nicoletta Verna, la scrittrice de "I giorni di vetro", nato dentro un progetto ideato lo scorso marzo da Andrée Ruth Shammah, con la regia del giovane Andrea Piazza. La protagonista è una donna povera, incolta, ma molto bella, che un padre ignaro del destino tragico della regina di Scozia ha voluto chiamare proprio così, Maria Stuarda, perché gli avevano detto al bar che le regine che contano sono quelle inglesi, e perché per lui la bellezza della figlia era già un potere, una carta in più da giocare. Ma è vero l'esatto contrario: quella bellezza diventa la sua condanna e la donna sarà “decollata” dagli uomini che la circondano. Il marito, prima gentile e poi violento e crudele, che la guerra inghiottirà disperdendolo in Russia; il corteggiatore, un carbonaio che la inguaia ingelosendo il marito; infine il padrone per cui incolla tomaie - un posto sottratto a un'altra povera donna vessata dal potere maschile e arrivata a tentare il suicidio -, che prova a violentarla e da cui si difende soffocandolo nella colla, salvo poi abbandonarlo al suo destino, gesto che le costerà il carcere per omissione di soccorso.