Durante le prove della parata del 2 giugno, fatui fuochi d’artificio hanno fatto imbizzarrire i cavalli. Un episodio forse marginale, ma rivelatore. Ogni sera, a Milano come in altre città, verso mezzanotte il cielo diventa pirotecnico per celebrare qualcuno e, insieme, disturbare molti altri. È il trionfo del fragore come linguaggio pubblico.
Viene da chiedersi da dove nasca questo bisogno di fare rumore. La parola «artificio», in origine, indicava ciò che era fatto con maestria, con ingegno. Oggi, invece, l’artificioso sembra avere preso il sopravvento sull’artefatto: non più l’abilità ma l’effetto; non la forma ma l’enfasi; non la verità ma ciò che la imita. Fino a sfiorare l’ingannevole.
I fuochi d’artificio sono una metafora pertinente del nostro tempo. Non illuminano: abbagliano. Non durano: esplodono. Non costruiscono significato: catturano attenzione. Nietzsche osservava che «con tuoni e celesti fuochi d’artificio si deve parlare a sensi fiacchi e addormentati». È una frase che sembra descrivere un’epoca in cui ogni messaggio deve eccedere per essere notato.Sempre più spesso le nostre parole assomigliano a quei razzi: brillano per un istante nella notte, reclamano uno sguardo, impongono una reazione, persino un imbizzarrimento. Poi si spengono. E dietro di sé non lasciano luce, ma il buio di prima.







