Gli episodi sono 14, un’ora abbondante per ciascuno. Un’epopea. Serie sontuosa, La mia nobile nemica, Netflix, dentro cui troviamo storia, fantasia, romanticismo, critica sociale, tradizione, contemporaneità, cinema nel cinema, bellezza, miseria e nobiltà. Una serie coreana, ovviamente, solo loro ormai si permettono questi tempi larghi. Cominciamo nel 1600, dinastia Joseon (durata più di cinque secoli, dalla fine del ’300 agli inizi del ’900), abiti stupendi, nobili palazzi, calligrafia, sciamanesimo e crudeltà. La concubina reale, accusata di aver commesso crimini tremendi, sta per essere condannata a morte, tramite avvelenamento. Ma lei, Lim Ji-yeon, getta via la ciotola che dovrebbe toglierle la vita, finché i dignitari di corte la obbligano a bere l’amaro calice. Lei beve, sputacchia, e si risveglia: nel 2026, a Seul, con il suo bell’abito tradizionale addosso. Si guarda intorno, e si trova su un set tra i grattacieli dove passano persino degli occidentali con i capelli biondi, le donne parlano con gli uomini senza coprirsi il volto e mostrano le gambe; è stranita, smarrita, ridestata nel corpo della controfigura di un’attrice che interpreta la storica lei. Parla strano, chissà come deve essere in lingua originale, usa un linguaggio forbito e un tono saccente e un atteggiamento arrogante. È sì spaesata, ma il suo gigantesco senso di superiorità, unito a doti oggettive, intuito, opportunismo, capacità di capire le persone e di combattere con calci, pugni e arma bianca, la aiutano a stare in vita. Quando sta per essere investita da una serie di «palanchini», come chiama le auto, viene salvata da un giovane uomo elegante, lo scopriremo magro ma muscoloso, glabro e senza tatuaggi, appellato “Farabutto”: lei gli dà del tu, lui del lei, altezzosi entrambi, lontanissimi, è ovvio che il dipanarsi della vicenda li farà avvicinare. E noi che siamo furbi lo capiamo subito perché, quando per salvarla il bello e impossibile la abbraccia, parte la musichetta consona e piovono petali rosa sui due avvinti loro malgrado. Heo Nam-jun, definito «il crudele macellaio delle fusioni aziendali», è l’amministratore di un “chaebol”, un grande conglomerato imprenditoriale, di solito posseduto e gestito da una sola famiglia. Infatti il capostipite è il nonno, le zie succhiano soldi, attenzione a un cugino che sembra buono ma forse è cattivo mentre per Farabutto vale l’inverso. Ovviamente entrambi sono già stati a contatto con la concubina reale della dinastia Joeson, in qualche altrettanto complessa vita precedente. C’è pure spazio per le creme alle erbe, per le rivendicazioni dei lavoratori dello spettacolo, per la denuncia delle differenze sociali contemporanee, non così diverse da quelle del passato. Ce lo ricordava anche Squid Game, che in fondo era il racconto di una lotta di classe.
“La mia nobile nemica”, un’epopea made in Korea caotica e bislacca (ma furba ed elegante)
Disponibile su Netflix, 14 episodi che viaggiano attraverso più di cinque secoli









