Il 23 maggio 1791, nel presentare il progetto di Codice penale all’Assemblea rivoluzionaria, il giurista giacobino Louis-Michel Le Peletier de Saint-Fargeau assestava il colpo decisivo alla giustizia dell’Antico Regime, sancendo la fine di un sistema penale fondato su superstizioni religiose, paure morali e crimini immaginari.

Con la soppressione dei reati di eresia, lesa maestà divina, stregoneria, magia e sodomia, il diritto penale veniva radicalmente laicizzato e ricondotto ai principi illuministici di ragione, uguaglianza e umanità. Tuttavia, questa apparente vittoria della razionalità giuridica non avrebbe segnato la fine della criminalizzazione dell’immaginario, bensì la sua trasformazione.

È proprio questa metamorfosi della repressione penale che il volume di Emilia Musumeci, Storia della paranoia Repressione e disciplinamento di crimini immaginari (DeriveApprodi, pp. 168, € 14,00), ricostruisce con precisione e densità analitica, mostrando come, nel corso della modernità, soprattutto tra Otto e Novecento, la repressione di comportamenti devianti non scompaia, ma cambi linguaggio e strumenti.

Ai reati religiosi si sostituiscono progressivamente nuove categorie patologiche e politico-sociali, fondate su una crescente medicalizzazione della devianza, fenomeno già individuato da Michel Foucault, che in Vita degli uomini infami osservava come nella dimensione biopolitica il potere non si limiti a proibire e punire, ma gestisca, selezioni, classifichi, disciplini, inciti e alla fin fine produca. Non funziona solo da agente repressivo, dunque, ma anche da costruzione di soggettività, definizione di normalità e di mostruosità. Il libro di Musumeci evidenzia come, tra XIX e XX secolo, il potere sia stato esercitato non soltanto attraverso la legge, ma tramite un reticolo diffuso di saperi; la paranoia – che l’autrice individua correttamente come espressione di una «razionalità giuridica del sospetto» – si trasforma in un dispositivo giuridico-politico di classificazione sociale.