È con un misto di speranza e timore che una sinistra latinoamericana mai così in crisi guarda al ballottaggio di oggi in Perù tra Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore, e il candidato progressista Roberto Sánchez, l’erede politico di Pedro Castillo. Con nove paesi latinoamericani già governati da una destra più o meno estrema, e il rischio catastrofico che a questi si aggiunga anche la Colombia, ricade ora sul popolo peruviano la responsabilità di frenare l’onda sempre più nera che si è abbattuta sull’intera regione.

SE L’ESITO del ballottaggio è incerto – gli ultimi sondaggi danno i due candidati praticamente appaiati – un vero lieto fine sembra però al momento precluso al paese andino. Perché, se anche questo quarto tentativo della Señora K di arrivare alla presidenza dovesse fallire, il cosiddetto «patto mafioso» che controlla il congresso sotto la sua abile guida manterrebbe comunque intatta la sua forza. Con le ben note conseguenze sull’ormai cronica instabilità politica peruviana.

Sconfitta da due candidati progressisti – l’ambiguo e incoerente Ollanta Humala nel 2011 e il debole e inesperto Castillo nel 2021 – e da uno di destra, Pedro Pablo Kuczynski, nel 2016, la leader di Fuerza Popular si è vendicata di tutti e tre, spingendo il primo ad abbandonare il programma per cui era stato eletto e manovrando il congresso per rovesciare gli altri due.