Un pomeriggio del 1972, a casa di Duke Ellington, in compagnia dei maggiori intellettuali delle Harlem Reinassance – per un film che emana un’urgenza e un’energia contemporanee. È Once Upon a Time in Harlem, diretto da David Greaves da un progetto concepito e filmato da suo padre, il grande cineasta afroamericano, William Greaves. L’approccio, sperimentale, cubista che informava il cinema di William Greaves è stato anche lo spirito guida di questo viaggio nel tempo, completato da David insieme a sua figlia Liani, produttrice. Li abbiamo incontrati a Cannes, dove il film è stato presentato alla Quinzaine.

Perché pensa che suo padre ritenesse questo girato il più importante della sua carriera?

DG. Perché ha catturato un momento della storia americana che, se non fosse stato per le sue cineprese, non sarebbe mai stato documentato. Credo che sia l’unica volta che un gruppo di persone che simboleggiano un’era si siano riunite in quel modo.

Lei ha avuto la fortuna di essere con lui quel giorno e di filmarne una parte. Come avete pianificato il tournage?

DG. Avevamo due troupe, due cineprese e un Nagra. Erano operatori con cui avevamo già lavorato prima, e che avevano esperienza di «cinema verite». Quindi sapevano cosa stavano facendo e come catturare le conversazioni e la vita in quelle stanze. Era una situazione molto fluida. Ci muovevamo in modo da seguire l’azione. Poi, quando sono entrati nel cuore della discussione, ci siamo concentrati lì intorno. In realtà non mi ricordo molti dettagli delle riprese, perché ero troppo intento a non lasciarmi scappare nulla di quello che passava davanti al viewfinder.