Nato a Gerusalemme nel 1954, David Grossman è uno dei giganti della letteratura mondiale. La sua biografia si intreccia alla storia di Israele. Il suo corpo letterario spazia dalla narrativa per adulti alla saggistica e ai libri per ragazzi, tenendo sempre al centro la complessità delle relazioni. Tra i suoi capolavori “Vedi alla voce: amore”, sull’Olocausto visto dagli occhi di un bambino, “Qualcuno con cui correre”, un affresco della giovinezza, “Applausi a scena vuota”, con cui ha vinto l’International Booker Prize nel 2017. Grossman ha spesso condannato gli insediamenti e l’occupazione dei territori palestinesi, senza mai risparmiare critiche ai leader di ambo le parti. E da sempre sostiene che la pace non sia un lusso, ma una necessità biologica. A maggio 2026, Mondadori ha pubblicato un doppio Meridiano dedicato alle sue opere, progettato da Wlodek Goldkorn.Riguardando i suoi libri, scorge un’analogia tra ciò che ha scritto e il modo in cui percepisce la sua vita? Scrittura ed esistenza si riflettono?«Ogni libro è nato dal precedente. È come una scala che ho salito negli anni, gradino dopo gradino. Vale per i romanzi, i saggi, le storie per l’infanzia. Senza dubbio, si riflettono l’un l’altro».Cosa indicano i suoi libri insieme?«Una verità che mi sta a cuore: credere nella parola è un atto fondamentale per cercare di capire il mondo. Può sembrare un’idea arcaica, ma credo nel potere della parola, nell’efficacia del dialogo. È un tempo complesso il nostro, e penso che le parole restino l’unico strumento per tentare di decifrare il mondo. Il linguaggio decide i confini di chi siamo: tanto è grande la capacità di esprimersi, tanto quella di capire».Una volta ha detto: “Scrivo libri non perché voglia, ma perché diventano inevitabili”. Ci parla di questa ineluttabilità?«Sin dagli esordi di scrittore pensavo di esercitarmi per dare alla luce l’opera che sentivo di dover scrivere. L’ineluttabilità di cui parla è nata allora, quando ho preso a sentire che certe cose dovevo scriverle».Si riferisce a una storia in particolare?«”Vedi alla voce: amore”. Tutto ciò che ho scritto prima è stato il preludio a quel romanzo, che tanto desideravo scrivere ma che non osavo affrontare. Sentivo di non avere abbastanza talento. Ero convinto che per scrivere della Shoah fosse necessario essere un umano superiore, più evoluto e dotato. Ma la realtà ha seguito un altro corso, ed è come se mi avesse obbligato. Non avrei potuto capire me stesso, come padre, scrittore, uomo, se non avessi scritto quel libro».Rimanendo su “Vedi alla voce: amore”. Quel libro gira attorno a dei genitori imperfetti. Un tentativo di capire qualcosa della sua infanzia o di esorcizzare la paura della paternità?«Entrambi. Che senso avrebbe essere uno scrittore se ci si limitasse alla propria persona?».Perciò ha deciso di dedicarsi anche alla letteratura per l’infanzia?«Alla nascita di mio figlio Jonathan ho desiderato scrivere per lui. La nostra casa era piena di bei libri, ma volevo offrirgli la mia versione della realtà. Forse è per questo che i protagonisti delle mie storie per bambini spesso sono un padre e un figlio. Erano per Jonathan».I suoi figli leggevano le sue storie?«Sì. Di solito i libri partivano da un frammento della nostra vita. Per un periodo Jonathan ebbe gli incubi. Si svegliava nel cuore della notte, in lacrime. E così creammo una “trappola per incubi”. Piazzammo un manico di scopa con su una torcia e al centro una vecchia scatola per imprigionarli. Fu divertente. E ci scrissi un libro».A proposito invece di “Che tu sia per me il coltello”. Perché un amore così profondo in cui il contatto fisico è negato?«Ogni romanzo d’amore concede un contatto. Io sentivo invece che privandoli del tocco fino all’ultima pagina avrei creato una tensione che mi interessava. Volevo che i protagonisti facessero delle follie. Follie banali, s’intende. Follie piccole, del quotidiano, che ho fatto io stesso nella vita».È necessario fare certe esperienze solo per poterle scrivere, secondo lei?«In generale la creazione spinge al limite. Mi è successo quando ho scritto “Caduto fuori dal tempo”, incentrato sul legame tra genitore e figlio lì dove un figlio è strappato alla vita, ucciso in guerra».Un orrore che l’ha colpita personalmente. Cosa ricorda di quella scrittura?«Durante la stesura ne discutevo in famiglia: “Dovrei scriverlo?”, “E come?”, chiedevo. Quel libro è sul punto più remoto in cui a un essere umano sia concesso inoltrarsi. Non desideravo ricongiungermi a lui nella morte. Esigevo che fosse parte della mia esistenza. Da qui la scrittura, la parola. Scrivere è cercare di dare forma al caos».Da piccolo doveva scegliere una seconda lingua da studiare tra francese e arabo, e ha optato per l’arabo. Perché?«Fu un dispiacere per i miei, avrebbero voluto che studiassi il francese. Io presi un atlante: rispetto alla Francia eravamo lontanissimi. E dissi: “Noi viviamo qui, apparteniamo al Medio Oriente e io voglio conoscerlo”».Come andò?«Ho imparato ad amare quella lingua, le somiglianze con l’ebraico sono tante».Pensare in una lingua diversa cambia i nostri percorsi mentali. Farlo in arabo cambia i suoi modi di ragionamento?«Quando si sceglie di dire il mondo da un’altra prospettiva si compie un passo per dar valore all’altro. E diventa impossibile provarne odio. Potevo mettermi in ascolto: accogliere la loro frustrazione, i timori; e quelli che dal mio punto di vista erano degli errori. Siamo differenti sotto molti aspetti, ma gli elementi dell’umano ci tengono uniti».Mi riporta a “Il vento giallo”.«Tutto è cominciato una mattina del 1987. Salii su un autobus, vicino a casa mia a Gerusalemme, e andai al campo profughi di Dheisheh. Arrivato, gli abitanti mi circondarono: “Chi sei? Cosa vuoi?”. Risposi che ero un israeliano, ero lì per conoscere le loro storie e scriverle. I bambini non avevano mai visto un israeliano che non fosse in divisa, disarmato. Erano comprensibilmente diffidenti. Si fece avanti un’anziana. Fendendo la cerchia, mi prese per mano e mi portò in casa sua. Lì le chiesi di raccontarmi la sua vita prima del 1948, prima della nascita di Israele. Mi raccontò della casa abbandonata durante la fuga, di cui aveva una grande nostalgia. Dei figli, di ciò che avevano, la loro vita. Rimasi in quel campo per dieci ore, annotando ogni parola. L’indomani tornai e la folla era raddoppiata, ma erano meno diffidenti e mi raccontarono di loro. Da lì è nato Il vento giallo».Le parole plasmano la realtà. Le chiedo: Genocidio associato a ciò che viene fatto al popolo palestinese cosa ha cambiato?«Ho un rapporto complesso con questa parola. Per la prima volta l’ho utilizzata parlando della Palestina in un’intervista per Repubblica. E l’ho fatto dicendo come mi si spezzi il cuore a farlo accostandola a Israele. A ogni modo, le mie parole hanno scatenato una forte ostilità nei miei confronti. Non credo che Israele avesse l’intento di perpetrare un genocidio. Al tempo stesso, se vengo a sapere della morte di diciannovemila bambini palestinesi, smetto subito di interrogarmi sulla formula giuridica o sul rigore del termine. Siamo davanti a un’atrocità assoluta. E questo è quanto. Non parlo da statista o storico. Ma da essere umano che non riesce più a tollerare lo strazio».Ostilità nei suoi confronti, dice?«È stato difficile, e molto strano. Alcuni si sono affrettati a dire: “Visto? Anche Grossman sostiene che Israele stia compiendo un genocidio”. Mi sono sentito strumentalizzato. Constatare l’esultanza di chi voleva l’uso di quella parola mi ha ricordato che ormai il mondo è governato da dinamiche binarie, logiche di fazioni contrapposte. Ma mi rifiuto di starci in mezzo».Dove ci si trova oggi, rispetto a ciò che è successo in questi anni?«La legittima prerogativa di Israele alla propria difesa non deve tramutarsi nell’essenza stessa della nostra identità, ed è questo ciò che è successo, tra le altre cose. La difesa deve rimanere una facoltà volta a scongiurare rischi per la sopravvivenza, nient’altro. Garantito questo, è imprescindibile interrogarci su cosa stiamo diventando: la guerra perpetua non può essere un modo di vivere, di costruirci nel futuro».Parte delle istituzioni israeliane ha superato i confini della guerra?«Sì, sono stati ampiamente superati».Ci dice di più?«Il dramma che ci ha travolti non si esaurisce nell’atrocità condotta da Hamas. È la natura della nostra reazione che dovrebbe farci interrogare. Se lei si trovasse a passeggiare per le vie di New York, Parigi o Roma e ricevesse d’un tratto uno schiaffo sul volto, d’istinto, senza alcuna mediazione razionale restituirebbe il colpo. Io agirei così. L’iniziale risposta militare di Israele è stata legittima. Ma quel colpo difensivo sarebbe dovuto finire lì».Invece?«Ciò che si è delineato dopo è stato l’avvio di un atroce disegno di vendetta. Anziché optare per un’azione calibrata, rigorosa, Israele ha imboccato la via della ritorsione cieca. Un impulso simile può forse essere comprensibile da parte di individui giovani e privi di esperienza. Ma si rivela fallimentare se a guidare l’azione è un politico. Se ricopri la carica di ministro e cedi alla brama di vendetta hai sancito il tuo fallimento morale e politico».Quindi?«Superato il primo periodo di sconcerto, lutto, dolorosa presa d’atto del trauma subito, la prima reazione, Netanyahu avrebbe dovuto fare altrimenti».Cosa avrebbe dovuto fare?«Prendere il telefono e parlare con i leader palestinesi: “Ascoltate. Potremmo vendicarci, ne saremmo capaci. Ma mi rifiuto di fare una guerra di distruzione reciproca. Vi propongo la pace tra le nostre nazioni. Vi propongo di convertire l’immane tragedia che ci avete portato addosso nel punto di fine di un conflitto che ci lacera da anni. Vi propongo la pace”. Ma non è andata così. E ne pagheremo tutti le conseguenze per sempre».
David Grossman: "Dopo aver usato la parola genocidio si è scatenata una forte ostilità nei miei confronti. Mi sono sentito strumentalizzato" - L'intervista
Lo scrittore israeliano torna a parlare del presente, della “ritorsione cieca” di Israele. E della fiducia, ancora, nella scrittura







