David Grossman ha rotto gli indugi: “Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì”. Queste le parole che lo scrittore israeliano ha consegnato in un'intervista a Repubblica, pubblicata sul numero del 1° agosto, che parlano di una presa di coscienza dolorosa: “Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi”. Nella stessa intervista Grossman commenta anche le recenti intenzioni di alcune nazioni (Francia, Regno Unito e Canada per esempio) di riconoscere lo Stato della Palestina, in qualche modo sottolineando le criticità anche del fronte palestinese: “Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele”.Il pensiero di David GrossmanÈ particolarmente significativo che queste parole vengano proprio da David Grossman, uno scrittore tra i più famosi in Israele e nel mondo, e popolare e rispettato soprattutto in Italia. Nato a Gerusalemme nel 1954, da padre proveniente dalla Galizia polacca e madre nata nell'ex Territorio mandatario della Palestina (la colonia britannica nella regione), ha coltivato fin da bambino la passione per la scrittura, oltre a studiare filosofia, teatro e a condurre in gioventù dei programmi alla radio. Da sempre vicino alla sinistra israeliana, è stato spesso critico del trattamento della questione palestinese da parte dei vari governi israeliani. Nell'agosto 2006 aveva inizialmente sostenuto l'intervento di Israele in Libano, ma aveva poi firmato, assieme ad altri connazionali come Amos Oz e Abraham Yehoshua, un appello per cessare le violenze. Solo dieci giorni, proprio nelle azioni militari israeliane contro Hezbollah, moriva suo figlio Uri, che stava svolgendo il servizio militare proprio durante quella guerra.La morte del figlio e l'esacerbarsi delle divisioni interne alla politica israeliana l'ha spinto a impegnarsi ancora più intensamente per la pace e il dialogo tra i popoli, anche se nel 2015 - sempre in un'intervista a Repubblica - aveva usato parole di apprezzamento per la politica di Netanyahu contro l'Iran, pur sperando che non venisse rieletto. Dopo i fatti del 7 ottobre 2023 le sue posizioni si erano fatte ancora più nette, tra i pochi israeliani a esprimersi contro l'escalation di violenza: “In quel tremendo sabato nero [il 7 ottobre, appunto, ndr] si è capito che Israele è lontana dall'essere una ‘casa’ nel pieno senso della parola, ma non sa nemmeno come essere una vera fortezza”, ha scritto il 1° marzo 2024 sul New York Times in un editoriale dal titolo Israel Is Falling Into an Abyss (“Israele sta cadendo in un abisso”). Pur ribadendo che Israele è l'unico dei 195 paesi al mondo di cui si chiede apertamente l'eliminazione, ha aggiunto: “Da israeliano mi chiedo che razza di popolo saremo quando la guerra finirà. Dove dirigeremo il senso di colpa - se saremo abbastanza coraggiosi da provarlo - per ciò che abbiamo inflitto sui Palestinesi innocenti. Per le migliaia di bambini che abbiamo ucciso. Per le famiglie che abbiamo distrutto”.I libri di David GrossmanNonostante il suo forte impegno politico, i libri di Grossman, soprattutto all'inizio della sua carriera, sono più focalizzati sull'espressione di sentimenti universali e sulla sperimentazione letteraria. In Vedi alla voce: amore del 1988 racconta attraverso gli occhi di un bambino la memoria della Shoah; in Ci sono bambini a zig-zag del 1994 parla del viaggio rocambolesco di un ragazzo; in Che tu sia per me il coltello, pubblicato nel 1998, mette in scena l'amore tra un uomo e una donna solo tramite lettere e pagine di diario; in Qualcuno con cui correre del 2000 racconta l'amicizia tra due ragazzi di strada in mezzo a una società piena di fragilità. È appunto dopo la morte del figlio Uri che la politica e i drammi contemporanei entrano in modo molto più esplicito nella sua narrativa: nel 2008 pubblica infatti A un cerbiatto somiglia il mio amore, da molti considerato come il suo capolavoro, in cui racconta la scelta di una madre di lasciare la propria casa per sfuggire all'eventualità che le vengano a comunicare la morte del figlio al fronte. Più di recente ha scritto il monologo teatrale di un clown malato Applausi a scena vuota (2014), il romanzo multigenerazionale La vita gioca con me (2019) e anche il saggio La pace è l'unica strada (2024).