Una corruzione sempre più pervasiva, silente e invisibile continua a divorare risorse e diritti, generando costi sociali, politici, economici e ambientali di enorme portata.

A confermarlo è l’ultima rilevazione di Libera, che fotografa l’andamento delle inchieste in Italia nei primi sei mesi del 2026. In questo scenario allarmante, la Sicilia emerge come l’area più esposta e colpita, aggiudicandosi il triste primato nazionale del malaffare. Dal 1° gennaio al 1° giugno 2026, l’isola ha contato 107 persone indagate, coinvolte in 9 procedimenti coordinati da 3 procure.

Un risultato che distanzia nettamente altre regioni ad alto rischio come il Lazio (85 indagati) e la Campania (65), completando così il “podio” della geografia corruttiva italiana.

Considerando che, a livello nazionale, si registrano complessivamente 386 indagati in 38 inchieste distribuite su 10 regioni, è evidente come la Sicilia rappresenti l’epicentro critico di un sistema che non conosce tregua.

Chi muove i fili di un meccanismo in cui la corruzione è «solidamente» regolata? Le indagini — per reati che vanno dalla turbativa d’asta alla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, fino al voto di scambio politico-mafioso — delineano una trama complessa e trasversale. A imporre e far rispettare le «regole del gioco» raramente è un singolo attore. La funzione di garante varia a seconda del contesto: può essere un alto dirigente, un faccendiere ben introdotto, un “facilitatore”, un “boss dell’ente pubblico”, un imprenditore con relazioni trasversali, un boss mafioso o un “politico d’affari”.