Per capire se Roberto Vannacci è destinato a diventare un protagonista della politica italiana oppure soltanto una meteora rumorosa, conviene partire da una cifra. Il 4,8 per cento. È la quota che gli assegna l'ultimo sondaggio di Pagnoncelli. Un numero che, preso da solo, può sembrare modesto. Ma smette di esserlo se si osserva che è ormai vicinissimo a quello della Lega, il partito che fino a pochi anni fa sembrava destinato a guidare la destra italiana.La politica è piena di leader che hanno avuto grandi percentuali senza lasciare traccia. Ma è ancora più piena dipersonaggi – da Beppe Grillo a Giorgia Meloni – che hanno cominciato con numeri piccoli e poi hanno intercettato qualcosa che gli altri non vedevano. Il fatto è che Vannacci possiede una caratteristica che oggi vale più di molte strutture organizzative: ha un'identità nitida. Parla di remigrazione, di sovranità nazionale, di difesa dei confini, di tradizione. Piaccia o no, usa parole che evocano immagini precise. E in politica le identità forti hanno sempre un vantaggio sulle identità confuse.La sua ascesa è figlia di una lunga stagione che comincia dopo la grande crisi finanziaria del 2008. Da allora una parte dell'elettorato italiano si sente tradita dai partiti tradizionali, ai quali addebita la crisi che lo ha impoverito, e cerca ogni volta un salvatore diverso. Prima si affidò a Matteo Renzi, il rottamatore che prometteva di spazzare via la vecchia politica. Poi arrivò Beppe Grillo con i suoi vaffa e la rivolta contro il Palazzo. Quindi toccò a Matteo Salvini, che trasformò la Lega in una forza antisistema. Infine Giorgia Meloni, che ha moltiplicato i suoi consensi tenendo la bandiera del suo sovranismo fuori da ogni patto di governo: finché non è venuto il suo turno. Ogni volta sembrava l'approdo definitivo. Ogni volta una parte di quell'elettorato ha ripreso il cammino alla ricerca di un nuovo condottiero. Oggi quel ruolo sembra toccare a Vannacci.Naturalmente la vera partita non si giocherà nei sondaggi, ma alle Politiche del 2027. E qui il generale si troverà davanti a un bivio. Potrà tornare all'ovile del centrodestra, trasformando il suo consenso in una rendita negoziale da spendere al tavolo delle candidature. Oppure potrà scegliere la corsa solitaria contro tutti, inseguendo il sogno di rappresentare l'unica opposizione autentica al sistema. La scelta dipenderà anche dalle regole del gioco. Se resterà l'attuale legge elettorale, Vannacci potrà permettersi di correre da solo. Ma se il centrodestra riuscirà a introdurre una riforma che assegni un premio alla coalizione più votata e al candidato premier indicato prima del voto, le convenienze cambieranno radicalmente. In quel caso l'isolamento rischierebbe di trasformarsi in un suicidio politico. La storia della destra italiana suggerisce prudenza. Quando si tratta di vincere, il centrodestra ha sempre avuto una straordinaria capacità di imbarcare le sue ali più radicali. Berlusconi lo fece con Gianfranco Fini nel 1994. Poi aprì le porte alla Fiamma Tricolore di Pino Rauti, quindi ad Alessandra Mussolini e ad Alternativa Sociale, infine a Francesco Storace e alla sua Destra. Ogni volta l'obiettivo era lo stesso: sommare voti e allargare il perimetro per conquistare il governo. Ecco perché il futuro di Vannacci non dipenderà soltanto dalla sua capacità di mobilitare il malcontento. Dipenderà soprattutto dai calcoli degli alleati. Se Meloni, Tajani e quel che resterà della Lega riterranno di poter vincere senza di lui, il generale rischierà di scoprire che il consenso è una cosa e il potere reale è un'altra.
Con o senza di lui. Variabile Vannacci al test degli alleati
Il suo destino non dipenderà soltanto dalla capacità di catalizzare il malcontento










