di

Giampiero Rossi

Esplodono i veleni dopo la nuova inchiesta della Guardia di Finanza sulle concessioni in Galleria sia per i negozi che per gli eventi (che porteranno 85 milioni nelle casse comunali)

Non c’è pace in Galleria. Il salotto della capitale economica (e morale) del Paese è il nuovo epicentro delle polemiche e delle turbolenze politiche ambrosiane. Il tempo di restaurare il mosaico del celebre toro, con la polemica sulla scomparsa degli ancor più celebri attributi (sui quali mezzo mondo ha fatto una giravolta), ed ecco che esplode un nuovo intrigo. E questa volta c’è di mezzo la Procura e ritornano parole e veleni che ricordano gli anni ruggenti dei primi grandi scontri tra politica e magistratura.

Il nuovo caso esplode mercoledì 3 giugno, quando si presentano a Palazzo Marino (e poi anche alla Soprintendenza Belle arti e all’Agenzia del demanio) i militari della Guardia di finanza con in mano un ordine di esibizione di documenti relativi alle concessioni degli spazi commerciali della Galleria Vittorio Emanuele II e ad alcuni eventi promozionali e installazioni pubblicitarie ospitate dagli augusti porticati e dalla facciata del palazzo della Rinascente, dirimpettaia del Duomo. Per esempio, la campagna di lancio di Michael, il film su Michael Jackson e, prima ancora, de Il Diavolo veste Prada 2, le concessioni ad alcuni grandi marchi con vetrine in Galleria, documenti sui bandi di assegnazione di locali ai piani superiori.