scienze
Ne vediamo così tanta, di guerra, che ci viene da pensare che sia naturale. Si corre al riarmo, ognuno arraffa quello che può, prevale la logica della forza bruta, mentre il diritto internazionale è ignorato. Forse allora la guerra è scritta nel nostro Dna? A dire il vero, nel Dna non è scritto niente. Non è un oracolo interiore che ci determina, ma la molecola dell’ereditarietà che ci fa essere ciò che siamo insieme a ambiente, cultura, società, storia personale. Tuttavia, se da alcuni millenni ci illudiamo che la guerra sia una soluzione ai conflitti, una ragione ci sarà. Se non altro, la natura ci rende capaci di farla (e poi di giustificarla). Perché?
Una socialità paradossaleLa nostra socialità è paradossale. Veniamo infatti da una lunga storia naturale, nel genere Homo, in cui abbiamo imparato a cooperare e a essere altruisti gli uni verso gli altri, sì, a patto però che questi «altri» fossero nostri parenti o membri del nostro stesso gruppo. Le capacità di collaborazione umane nascono all’interno di piccoli gruppi che erano in competizione con altri gruppi per le risorse, il territorio, la riproduzione. Come scrisse alcuni anni fa su Nature l’economista e biologo Samuel Bowles, il conflitto (tra gruppi) è stata la levatrice dell’altruismo (nel gruppo). Lo aveva già intuito Charles Darwin ne L’origine dell’uomo. Il primatologo di Harvard Richard Wrangham lo ha definito «il paradosso della bontà». Nei nostri cugini più prossimi, gli scimpanzé, notiamo in effetti la stessa ambivalenza: coesione di gruppo e ogni tanto eruzioni di «aggressività letale di coalizione», quando un gruppo muove contro un altro, lo attacca, uccide i cuccioli e li sbrana.Da una decina d’anni abbiamo anche prove neuroscientifiche di questa doppiezza. Il nostro cervello ancora oggi attiva automaticamente un sistema profondo di identificazione dell’altro come appartenente al «noi» oppure estraneo, «altro da noi», attraverso l’amigdala, che presiede alle emozioni reattive di minaccia, difesa, protezione. Fare questa distinzione rapidamente, in passato, ci ha salvato la vita, perché dovevi capire subito se avevi davanti un compagno di gruppo o un potenziale nemico. Adesso invece, nella nostra testa, tre decimi di secondo dopo l’amigdala scattano le aree prefrontali che ci permettono di comprendere la situazione, valutare caso per caso, razionalizzare. La cultura poi può fare la differenza. Se ai volontari per esempio bianchi viene mostrato il volto di un afroamericano, che questa volta non è un estraneo ma un noto campione di basket o un musicista, l’amigdala se ne sta buona e silente. Significa che la cultura (l’eduzione di quel soggetto, i suoi gusti, la sua storia personale) riesce a modulare una reazione istintuale e a reprimerla.







