Maboroshi Si è chiuso a Tokyo il festival dedicato alle produzioni indipendenti realizzate in 8 mm e in 16 mm. Un universo dove hanno iniziato diversi registi, fra cui Tsukamoto, ma anche con opere di chi è poi passato ad altro
Si sta concludendo in questi giorni, al cinema Laputa Asagaya nel quartiere di Suginami a Tokyo, una rassegna dedicata al periodo d’oro del fenomeno noto in Giappone come jishu eiga. Se ne è scritto spesso su queste pagine, ma vale la pena ricordare che i jishu eiga possono essere definiti come quei film realizzati in maniera indipendente, quasi amatoriale, prevalentemente in 8 e 16 mm, tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.
In un’epoca in cui le grandi case di produzione attraversavano cioè una profonda crisi e avevano smesso di assumere assistenti alla regia, queste opere, prodotte e proiettate in modo indipendente, rappresentarono, insieme ai pink eiga, una delle poche opportunità offerte alle giovani generazioni per confrontarsi con il mezzo cinematografico.
Per molti di coloro che hanno mosso i primi passi attraverso questi film fai-da-te, il mondo dei jishu eiga ha costituito la piattaforma di lancio verso il cinema commerciale. Tra gli esempi più celebri si ricordino almeno Tsukamoto Shin’ya, Anno Hideaki e Ishii Gakuryu (all’epoca Ishii Sogo), protagonisti anche di un volume pubblicato quest’anno in Giappone che esplora proprio il ruolo del cinema in 8 mm all’inizio del loro percorso artistico.












