È la settimana del Giappone al cinema. Passata la luminosa cometa del Far East Film Festival 2026, con un prezioso Koji Yakusho a cui Wim Wenders ha consegnato sul palco di Udine il Gelso d’Oro, ecco due film che fanno tappa in sala: Kokuho – Il Maestro di Kabuki di Lee Sang-il e Suicide Club di Sion Sono. Un derapage percettivo-stilistico da far paura. Da una parte una sontuosa epopea della tradizione artistica giapponese del teatro Kabuki, tagliata sull’intima rivalità e sull’affetto di due giovani attori nel corso di cinquant’anni di altalenante carriera; dall’altra un cinema genuinamente e furiosamente di genere, con al centro una marea irrefrenabile di sanguinolenti e inspiegabili suicidi.

Figlio di un boss della yakuza, dopo l’omicidio violento del padre sotto i suoi occhi, l’adolescente attore amatoriale Kikuo (Ryo Yoshizawa, da ragazzino un incredibile Soya Kurokawa) viene adottato da un grande maestro di Kabuki, capo di una compagnia teatrale di Osaka. L’apprendista Kikuo affiancherà Shunsuke (Ryusei Yokohama), figlio del maestro, nell’imparare la stilizzata e trattenuta antica arte dell’onnagata, dove gli attori maschi impersonano personaggi femminili in abiti d’epoca, con trucco marcato, movimenti e voce aggraziata.