Perché un Papa del XXI secolo, nel cuore di un’enciclica dedicata alla Magnifica Humanitas, sente il bisogno di citare Platone? Perché, parlando di intelligenza artificiale, educazione e futuro dell’uomo, Leone XIV richiama proprio la Lettera VII, uno dei testi più enigmatici e profondi della filosofia antica?La domanda non è marginale. In quel passaggio dell’enciclica il Papa non si limita a evocare genericamente il mondo classico come repertorio ornamentale della cultura occidentale. Compie una scelta precisa: affida a Platone il compito di ricordare all’umanità digitale che le cose più importanti non possono essere apprese istantaneamente, né delegate interamente a una macchina.
Il cuore del testo è qui: «Le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica». È una frase che sembra scritta contro l’epoca dell’immediatezza del real time. Leone XIV la inserisce in un ragionamento sul rischio educativo dell’IA: la velocità delle risposte, la facilità delle sintesi, la disponibilità permanente di informazioni possono spegnere il desiderio della ricerca personale, della domanda, del dubbio, dell’attesa. Il Papa comprende che la vera questione dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnica o economica. È antropologica. Ogni tecnologia educa chi la usa. Ogni strumento modifica il rapporto con il tempo, con il linguaggio, con la memoria, con il desiderio. Il tema è: non quanto sia intelligente l’IA, ma quali effetti provochi in noi. Non esistono strumenti neutrali. Ed è per questo che Leone XIV arriva a una formula sorprendente: educare all’uso dell’IA significa educare anche a decidere quando non usarla.






